INTRODUZIONE AL CATALOGO "VOLTI POSITIVI. UN VIAGGIO IN SUDAFRICA PER RIPENSARE L'AIDS".FOTOGRAFIE DI SILVIA AMODIO. (Istituto degli Innocenti , 2007)

L'intenso  progetto di Silvia Amodio rappresenta l'occasione per avviare alcune riflessioni sulla fotografia contemporanea caratterizzata sempre più dalla frammentarietà ed instabilità della rappresentazione, da un senso di precarietà e  di provvisorietà che trova la sua giustificazione teorica nella evidente eterogeneità del sistema iconico  e, più in generale, nell'incertezza del sistema della comunicazione e del nostro vivere quotidiano.
Da quando  è stata  messa in crisi, in modo profondo, la fiducia nella forza descrittiva dell'immagine fotografica e la sua possibilità di “raccontare”,  la fotografia  vive un momento epocale di grande incertezza. L'apologia del frammento e del quotidiano – in ragione del suo valore di esperienza -  convivono con una generalizzata sospensione del giudizio e con la  perdita del senso storico e narrativo.
Eppure, ogni tanto, ci sono autori che riescono a ricomporre in una visione globale la loro diversificata e frammentata esperienza individuale, che riescono ad articolare frasi complesse e non si limitano ad accostare, in maniera casuale e incerta, immagini che mettono in campo il banale e il trasversale. Autori che cercano di esprimersi usando un linguaggio forte e personale e si muovono con l'istinto e la consapevolezza di essere dei comunicatori.
Si avverte, quando ciò succede, che lo sguardo si allerta in consonanza ad una  ricerca interiore, che il progetto di comunicazione si articola e si affina nel tempo facendosi linguaggio coerente.
Non capita spesso di incontrare fotografi che cerchino di comunicare delle emozioni, di stabilire con noi, fruitori finali, un contatto ravvicinato   ma quando succede è sempre un incontro esaltante, la riconferma di uno stato di grazia. Costringono lo sguardo a fermarsi, a riflettere, ad andare dentro l'immagine, a fantasticare sulla persona che, dietro l'obiettivo, ha prodotto in noi questo turbamento.
Le numerose immagini che ci circondano troppo spesso si fermano a registrare quello che c'è, quello che la macchina ha ripreso. Le numerose immagini che ci circondano troppo spesso descrivono solo quello che l'occhio ha visto senza operare un trasferimento di senso e di significato. Registrano senza indagare. Si fermano alla superficie delle cose e delle persone, al provvisorio e al diaristico  contribuendo così a rendere sempre più globale il "Grande fratello" che è in noi e tra noi.
E' vero che la società dell'immagine è così complessa e frammentata che diventa difficile per il fotografo contemporaneo portare avanti un discorso coerente ed unitario, così come è vero che l'accesso ai dati e alle immagini permesso da Internet rende sempre più labile il senso di appartenenza e di coerenza.
Eppure ci sono autori che, pur immersi in questo contraddittorio e provvisorio contesto, riescono a integrare la frammentarietà in un sistema complesso, riescono a comunicare a trecento sessanta gradi la loro visione personale, politica e sociale.
Penso al lavoro di autori contemporanei quali Christian Boltanski, Louis Gonzales Palma, Dieter Appelt, Loretta Lux, Joan Fontcuberta, Gregory Crewdson o  i coniugi Becher.
Cos'è che inchioda lo sguardo alle immagini di autori fra loro così diversi, alcuni in bilico tra installazione, bodyart e set cinematografico, altri fautori della catalogazione sistematica dell'architettura?
Credo che una risposta possibile sia la coerenza, la progettualità potente che, come un filo rosso, attraversa le immagini di autori così diversi per età, cultura, contesto sociale ma simili nel perseguire con determinazione quella che un tempo si definiva "ricerca di uno stile".
Oggi  questo anelito alla coerenza e alla progettualità rischia di risultare fuori moda, troppo rigido e arcaico, dunque apparentemente "non contemporaneo".
Eppure coerenza e ossessione dello sguardo sono, di fatto, gli elementi che più di altri definiscono un autore.
L'innovazione o la sperimentazione tout court , da sole non sono sufficienti. Se la ricerca artistica si ferma all'espediente, al sensazionale o viceversa all'ornamento, si inficia in modo profondo la purezza dello sguardo, si trasformano gli autori in "vetrinisti" dell'arte. Senza contenuti e senza progettualità di lunga durata le immagini, anche se esteticamente belle, producono solo dei balbettii. La vocazione estetica da sola non basta a consegnare l'autore alla sfera dell'arte.


Silvia Amodio è una fotografa "di razza". Lo avevo intuito già alcuni anni fa quando vidi per la prima volta i suoi straordinari ritratti di animali e me lo hanno riconfermato, in tempi più recenti, le immagini dei suoi volti d'Africa.
Ricordo che allora pensai: se è riuscita a concentrare in un'unica immagine, secca ed essenziale, quello che pensa di una papera o di una zebra figurarsi se può rifuggire dal confronto con l'essere umano. Prima o poi ci arriverà.
E difatti, alcuni anni dopo il nostro primo incontro, il caso e le vicende della vita l'hanno portata a raccontare la tragedia del popolo sudafricano,  uno dei più colpiti dal virus dell'HIV.
In viaggio in Sudafrica per completare un reportage sugli animali si imbatte casualmente in un campo profughi. Il coinvolgimento con quella realtà è talmente forte e totale da farle dimenticare gli impegni che l'attendono in Italia. Rimane in quel campo più di un mese, divorata da una febbre che la spinge a raccontare in un unico fotogramma quello che pensa del soggetto e anche di sé, del suo rapporto con la malattia e con la morte.
E' l'inizio di un progetto politico che, grazie all'incontro successivo con la scrittrice sudafricana Sindiwe Magona, si rafforza nel tempo spingendola a tornare a Città del Capo per raccontare, attraverso le  immagini, il dramma di un popolo.
Il risultato è un' emozionante serie di ritratti, realizzati anche grazie alla collaborazione della Regione Toscana e dell'Azienda Sanitaria Firenze. Con estrema lungimiranza entrambe le istituzioni hanno intravisto nel lavoro di Silvia Amodio una possibilità per riportare l'attenzione della gente su una tematica così complessa.
L'evento espositivo si qualifica anche per le caratteristiche evocative del  progetto di allestimento, orchestrato per trasportare gli spettatori nell'universo interiore dell'artista, il cui obiettivo primario non era quello di riproporre una mera documentazione  della realtà sudafricana ma di creare un momento di riflessione.
La potenza e coerenza del linguaggio visivo utilizzato da Silvia Amodio è tale da costringere il nostro sguardo a fermarsi, a riflettere, ad andare dentro all'immagine.
Lentamente, ma con forza, i suoi ritratti fluiscono dentro di noi e si radicano. Persistono, raffiorano, talvolta consolano.  
Si percepisce, dietro l'obiettivo, la forza  straordinaria che muove questa donna minuta ma dotata di  grande personalità.
Non scatta a raffica - Silvia - né tenta ammiccamenti al reportage o alla costruzione narrativa interna all'immagine.
Il suo modo di fotografare si inserisce nella tradizione classica, a metà strada fra la visione etnografica dei ritrattisti ottocenteschi e gli intenti classificatori della fotografia istituzionale.
Scatta in medio formato per esaltare le qualità formali della materia, in uno stupendo bianco e nero che contribuisce, insieme alla luce, ad assolutizzare i suoi personaggi e a renderli delle icone.
Nei suoi ritratti, a sfondo bianco, le qualità materiche della superficie rivestono una grande importanza poiché sono di fatto le uniche chiavi di accesso per individuare lo stato sociale e culturale del soggetto.
A prima vista, questa impostazione formale nella costruzione dell'immagine, potrebbe ricordare i ritratti realizzati negli anni '60 da Richard Avedon, noto ritrattista e fotografo di moda americano, recentemente scomparso. In realtà le differenze tra i due autori sono molto più profonde e non riguardano meramente la sfera del sensibile bensì il diverso rapporto stabilito con l'”altro”.
I soggetti che abitano le fotografie di Avedon sono spesso congelati in pose di estraniante isolamento e desolazione poiché è un'umanità dolorosa quella che mette in scena la propria commedia umana. Un'umanità spesso colta e benestante che assume  consapevolmente sulle proprie spalle il peso del mondo e della propria interiorità “disturbata”.
Nei ritratti di Silvia Amodio aleggia invece un'altra atmosfera. Il suo modo  di porsi nei confronti del soggetto ritratto  racconta una grande empatia e familiarità, il fascino potente che queste persone esercitano su di lei. Si avverte una grande energia e la capacità di  cercare intensità e  consapevolezza di una posa attraverso pochi scatti essenziali.
Si avverte, soprattutto, la grande capacità della fotografa di cogliere l'identità immaginaria , l'espressione della verità di un volto, la sua “aria”.  Quell'attributo - più morale che intellettuale - che si trasmette dal corpo all'anima e che solo i grandi ritrattisti riescono a cogliere.
“Se per mancanza di talento o per disavventura – scriveva   Roland Barthes ne La Camera chiara, il suo ultimo saggio – il fotografo non sa dare all'anima trasparente la sua ombra chiara, il soggetto muore per sempre.”

L'analisi dei provini ci dice molto della capacità di un fotografo di cogliere la sintesi. E i provini di Silvia Amodio raccontano di un notevolissimo senso della composizione, di una straordinaria capacità di tenere insieme dettagli e contenuti.
L'intensità dello sguardo del soggetto, rigorosamente in macchina, non viene mai sacrificata per ricercare un equilibrio formale o un accorgimento grafico. Con un colpo d'occhio unitario l'artista riesce a tenere insieme questi molteplici aspetti e a incatenare il nostro sguardo ai suoi splendidi ritratti.
I suoi soggetti - donne, anziani, uomini, bambini colpiti dal virus HIV - appaiono straordinariamente positivi come sottolinea il titolo del progetto che, pur alludendo alla loro malattia, vuole di fatto riconfermare un modo diverso di essere e di affrontare la malattia nelle popolazioni colpite dal sottosviluppo.
Attraverso la scelta di decontestualizzare i suoi personaggi utilizzando sfondo bianco e illuminazione diffusa, Silvia Amodio ha voluto trasformarli in  icone, ha voluto fermare le loro difficili vite e dare loro dignità.
Evitando di mostrarci i malati terminali ha voluto soprattutto insinuare un dubbio ed una speranza insieme.
Belli, sorridenti, rilassati. E' possibile -ci siamo sicuramente chiesti- che siano malati? E' possibile che posino davanti all'obiettivo così facilmente, senza mettere in posa la tragedia della loro condizione, della loro malattia ?
Si, è possibile per chi non si aspetta nulla dal futuro e gioisce di piccole cose, per chi non conosce le cosiddette malattie etniche del capitalismo - anoressia e ipocondria in testa - e per di più crede ancora al potere demiurgico della fotografia di "sconfiggere" l'Oblio, di congelare il tempo e consegnare alla Storia una traccia della propria esistenza.
Non a caso la scrittrice Sindiwe Magona, con versi strazianti, esorta le persone  a scattare fotografie,  a testimoniare  e a mantenere viva la memoria storica di un genocidio organizzato.


(...)Fotografate i figli
fotografateli mentre giocano
fotografateli mentre piangono
fotografateli mentre leggono il libro preferito
o fanno le loro faccende. Ma
fate presto, prima che sia troppo tardi.
(...)

Sindiwe Magona, “Please, Take photographs”

 

 

Daniela Tartaglia