Le opere esposte in questa sede fanno parte di una mostra itinerante 'Selections 5' che raccoglie 160 fotografie Polaroid scelte tra oltre mille immagini recentemente acquistate dalla International Polaroid Collection.
Frutto di una selezione accurata, operata da J. Claude Lemagny (conservatore della Biblioteca Nazionale di Parigi per le stampe, i disegni e le fotografie), l'esposizione ci consente di cogliere l'inquietudine creativa che percorre oggi la fotografia contemporanea e di soffermarci sulla sua caratteristica di linguaggio, sulle possibilità aperte alla visione, sul valore della fotografia come strumento di comunicazione.
Pur concedendo spazio ad immagini in cui è preminente la funzione descrittiva, l'esposizione percorre un itinerario fortemente caratterizzato dalla sperimentazione, dalla messa in scena, dalla frantumazione e dalla dilatazione del reale.
L' "immagine fabbricata" è dunque la grande protagonista di questa mostra che riconferma la capacità evocativa della fotografia e il bisogno irrinunciabile di avventurarsi nel regno dell'effimero e dell'immaginario, di suggerire o far intravedere nuove possibilità, di mettere a nudo le proprie lacerazioni.
A volte la lacerazione interiore diventa anche gesto esteriore con cui gli autori trasferiscono il supporto della Polaroid, simbolo del consumo immediato e del positivo immediato, su materie antiche come la seta, il legno o la carta da disegno.
Attraverso queste operazioni di trasferimento ed altri tipi di interventi pittorici, gli autori si riappropriano dell'abilità artigianale, si ricollegano alle arti plastiche e, indirettamente, anche agli esperimenti realizzati dai primi fotografi, alla matericità della calotipia, dei negativi di carta.
Ma anche quando la Polaroid  si limita a "registrare", trascrive sempre complesse messe in scena e dunque gli elementi che caratterizzano la costruzione delle immagini rimangono la manualità e la manipolazione del reale.
In questo modo gli autori sembrano ricollegarsi ad episodi fondamentali della storia della fotografia, conciliando talvolta eredità tra loro molto diverse. Si pensi alle stampe composite, realizzate da Reilander e Robinson in Inghilterra alla metà dell'Ottocento oppure alle elaborate stampe al carbone e alla gomma bicromatata della fotografia pittorialista di fine secolo.
Entrambe queste esperienze facevano riferimento a tecniche di distanziamento dalla realtà il cui fine ultimo era quello di esorcizzare la caratteristica meccanica, ritenuta antiestetica, della fotografia.
Si pensi anche al diverso atteggiamento delle avanguardie artistiche  che operarono attorno agli anni Venti. Autori come Man Ray, Heartfield e Hausmann utilizzarono la tecnica  fotografica, rifiutata dal mondo accademico, per negare i canoni di giudizio dell'estetica tradizionale ed allargare a qualsiasi strumento - fosse esso l'uso del fotomontaggio, la sovrapposizione di più negativi  o le esasperate elaborazioni in camera oscura- la soggettività della visione.
La maggior parte degli autori presenti in questa mostra si muove decisamente lungo questa direzione e fa propria l'esaltazione dell'ambiguità, del doppio, del travestimento, della contraddizione esistenziale tra vero ed artificiale.
L'ambiguità del reale diventa anche ambiguità della percezione spaziale, messa in discussione della restituzione prospettica convenzionale, annullamento del senso di profondità e dei tradizionali parametri di interrelazione spaziale (alto/basso; destra/sinistra).
Gli autori ricorrono alla smaterializzazione degli oggetti fisici attraverso riflessi, sovrapposizioni, trasparenze e ingrandimenti esasperati che esaltano la grana della pellicola e riportano alla materia della fotografia.
Corrisponde a questa ambiguità del reale e al bisogno di non concludere più in un unico e prestabilito fotogramma il contenuto del proprio lavoro, il ricorso frequente a stampe di grande dimensione, alla costruzione di dittici, trittici e di immagini-mosaico.
Gli autori rivelano i loro mondi interiori, riflettono sul passato, sull'evoluzione della specie, affrontano problematiche filosofiche ed esistenziali ma lo fanno quasi sempre in modo ambiguo, non univoco. Si pongono dei dubbi, non offrono delle certezze; caso mai delle possibili letture.
L'interpretazione aperta ci obbliga a diventare a nostra volta autori, ad essere attivi, a non essere più rassicurati dalla pretesa oggettività della fotografia.
L'ambiguità diventa la vera natura della fotografia e il reale cessa di essere il referente obbligato. Questa constatazione continua ad aver senso anche quando le immagini prescindono dalla costruzione fantastica e sembrano collocarsi nel filone del realismo fotografico poiché  anche la raggelante somiglianza del documento, la metodica attenzione ed esplorazione del mondo naturale non possono essere più acriticamente considerati "ciò che realmente esiste ma solo ciò che ognuno di noi realmente percepisce".
Oggi, per usare le parole di Moholy-Nagy, "è del tutto privo d'importanza che la fotografia produca arte oppure no" dal momento che l'attenzione si è spostata dal prodotto artistico come oggetto alla progettualità che sta alla base del lavoro dell'artista.
Questa tendenza, rafforzata a partire dagli anni '50 da uno spostamento "da ciò che il mondo sembra a ciò che noi pensiamo del mondo e a ciò che noi vogliamo il mondo significhi" (A.Siskind,I952),  ha prodotto una frattura storica irreversibile che ha portato all'annullamento della tradizionale dicotomia  tra documento ed espressione artistica.
Tale modificazione ci ha permesso di approdare ad una definizione aperta dell'arte, di muoverci in modo più libero nell'osservazione e nella critica, di accettare l'ambiguità e la soggettività della fotografia, perché non più condizionati da opprimenti criteri di giudizio che possono rifarsi tanto alla perfezione tecnica quanto alla bellezza estetica o alla verosimiglianza.
Se un criterio si deve adottare questo deve riguardare la capacità dell'autore di  indagare e approfondire la ricerca sul linguaggio del mezzo che ha a disposizione, di leggere ed interpretare l'ambiguità della percezione, di produrre immagini generate da una visione critica del mondo oppure di pervenire alla scoperta di sé.
Tale distinguo può lasciar spazio a qualsiasi stile, a differenti modi di accostarsi ad un soggetto, può far coesistere l'approccio realistico con la sequenza narrativa o il travestimento perché  si guarda  alla fotografia non più come rappresentazione  bensì come indagine.


Daniela Tartaglia

Testo di presentazione della mostra Selection Five, Galleria Gottardo, Lugano