in ASSOLUTO NATURALE. LE FORME DEL MARMO NELLA FOTOGRAFIA DI DANIELA TARTAGLIA, EDIZIONI ARTI GRAFICHE FRIULANE, UDINE, 2005

La fotografia, fin dall' esordio,  è stata per me  strettamente connessa alla poesia e ad un sentimento di contemplazione nei confronti dell'oggetto  fotografato anche se, talvolta, nel corso del tempo ho abbandonato questa folgorante e primitiva intuizione per intraprendere altri percorsi di ricerca e di studio.
A quella intuizione che d'istinto, nella mia incoscienza giovanile,  sentivo essere la strada giusta per vivere a tutto tondo, in anni più recenti sono finalmente e liberamente tornata, aderendo ad un percorso di crescita che  ha a che fare più con il sentimento che non con la ragione o la riflessione critica.
Ed è stata indubbiamente l'esperienza analitica a permettermi  di riunire tutti i pezzi del mosaico  e ad innescare un processo di disvelamento ed innamoramento  nei confronti del Reale che mi ha  riportato prepotentemente alle mie radici, ai luoghi della mia infanzia versiliese, all'odore della terra bagnata e della salsedine .
A partire da quel momento ho smesso di fotografare gli umani e sono tornata alla terra, alle sue crepe, ai suoi segni, ai suoi meandri cominciando a sentire sempre più con chiarezza lo spirito dei luoghi, l'anima delle piccole cose, la loro sofferenza e la loro vivacità.
Iniziando soprattutto  ad essere interamente coinvolta in quello che mi stava attorno e a capire come e quando esprimere tale coinvolgimento.
Questa esaltante scoperta- ben presto trasformatasi in duratura consapevolezza  - mi ha permesso, negli anni successivi, di concentrare sempre di più le energie sul versante del "sentire" e di capire che - come dice James Hillman - la riflessione non è la sola forma che la coscienza può assumere.
Si è così precisata nel tempo un'attitudine dello sguardo, un'apertura immaginativa sui luoghi e sui dettagli che più intimamente mi toccano, che ha finito per diventare una forma di espressione imprescindibile dalla mia storia e dal mio vissuto.
Un'apertura immaginativa che ha stravolto completamente la mia vita, suggerendomi di intraprendere strade un tempo per me impensabili, che mi ha permesso di fare pace con la creazione e la possibilità di generare, che mi ha spinto a potenziare le immagini  e a ridurre le spiegazioni.
Spiegazioni che oggi invece sentono il bisogno di uscire fuori, non tanto per delimitare o concludere un percorso quanto per consegnare alla mia piccola Bianca alcune sfumature della mia anima.

Fotografo da quando avevo vent'anni ma solo da adulta, dopo aver rimarginato una grande ferita, ho compreso le ragioni profonde che stanno alla base di questa prepotente necessità, le sue implicazioni con il silenzio e la spiritualità.
Ho capito che quello che mi intriga e avvinghia alla scelta della fotografia come strumento d'espressione non è tanto il bisogno di  consegnare ai posteri traccia di una memoria quanto la possibilità di riuscire a trovare un momento di equilibrio e di compostezza, una fusione profonda con l'anima delle cose e dei luoghi.
Lo stesso atto del fotografare - al di là dei risultati ottenuti - è già per me un momento estremamente forte di introspezione e di riflessione, che mi consente di mettere ordine nei miei pensieri e di ritrovare la pacatezza cui aspiro e che solo in parte mi appartiene.
E' l'atto dell' indagine e della misurazione che mi affascina, l'attesa che implica la capacità di fare silenzio e di ascoltare affinché le cose rivelino la loro essenza e la loro anima.
Esattamente il contrario della filosofia che vuole la fotografia veloce, contemporanea, rapace, simulatrice.
E' alla lentezza e alla fusione dello sguardo, dell'anima e del corpo che, in definitiva, aspiro. Alla lentezza come mezzo per riuscire a entrare in contatto con il mio tempo e nucleo interiore, sempre più oppresso e frantumato dalla voracità dell'esistenza, dalla concretezza e dalla comunicazione contemporanea che uso senza che mi appartenga.
Quando fotografo faccio finalmente "tabula rasa" di tutto ciò che non è essenziale, di tutto ciò che appartiene solo in maniera accidentale alla mia vita.  In quel momento so esattamente chi sono, da dove provengo e dove andrò. Riesco a vedere con chiarezza ciò che mi arricchisce e ciò che mi toglie forza ed energia.
Quando fotografo sento di padroneggiare uno straordinario mezzo di analisi interiore, una sorta di macchina della verità  che mi incita a percorrere la strada del  rigore e della precisione  come mezzo attraverso cui  assaggiare il bisogno adolescenziale di  integrità, naturalezza e  assolutezza.


ASSOLUTEZZA E NATURA

Assolutezza e natura: due elementi importanti del mio stare nel mondo, a volte con difficoltà ma sempre con lucida coerenza.
Assolutezza intesa innanzitutto come rifiuto prepotente del possibilismo rampante, del buonismo intriso di ipocrisia, dell'incapacità di schierarsi e di esprimere con franchezza la propria complessità e diversità.
Mi ritornano sempre più spesso in mente i versi con cui  Paul Eluard si rivolgeva a Nusch, la donna amata. Come se  nella rotondità di quella espressione poetica- una sorta di mantra - fosse nascosta la verità cui anelare.

Senza ombre né dubbi.
Dai gli occhi a quel che vedono
Visti da quel che guardano.


Sono passati più di venticinque anni da quanto la voce calda di uno dei miei compagni d'avventura scolpì a fuoco, nella mia anima, questa sorta di testamento morale e visivo eppure persiste, ancora oggi, lo stesso incantamento, la stessa sensazione di trovarsi di fronte a ciò che intimamente mi emoziona e  può farmi vibrare.
E' indispensabile che al  momento dello scatto persista questa certezza, che ogni cosa riesca a trovare il suo ordine, il suo equilibrio e la sua forma.
All'equilibrio estetico corrisponde per me, più esattamente, un ordine morale, ragion per cui non amo rimaneggiare in camera oscura immagini difettose e lascio sempre un bordino nero attorno all'immagine per sottolineare il fatto che l'inquadratura finale corrisponde esattamente a quella effettuata al momento della ripresa.
Quando fotografo amo essere da sola, avvicinarmi ed allontanarmi dal soggetto, circuirlo, guardarlo da più punti di vista per poi decidere cosa voglio da lui. Non scatto a raffica , calibro le energie  anche perché ogni scatto presuppone per me una scarica di adrenalina, una tensione creativa che alla fine mi lascia quasi sempre esausta.
Sento di avere nei confronti dei luoghi e dei soggetti che fotografo una tensione  che, in qualche modo, può ricondursi ad una sorta di estasi amorosa.
Una molla che scatta solo se  ritrovo nel paesaggio le tracce di una presenza animistica, una voce che mi sussurra quello che il luogo è stato o vorrebbe essere.
E' solo nel momento in cui affiora questo meccanismo che decido di accettare la sfida e di capire, attraverso la fotografia, cosa vuol dire quel luogo alla mia anima, quali percorsi gli suggerisce di intraprendere.
Inizia allora una sorta di corteggiamento che mi porta e riporta innumerevoli volte sul luogo del mio turbamento, con un coinvolgimento interiore sempre più manifesto.
Cammino. Cammino molto quando fotografo cercando di scoprire quello che mi scuote e mi intriga.Non mi basta che un luogo sia interessante, deve appassionarmi, provocarmi un languore amoroso. Solo quando scatta questo meccanismo posso iniziare a fotografare, certa del risultato o comunque del trasferimento delle mie emozioni sull'emulsione fotosensibile.
E' una concentrazione quasi sempre fisica quella che mi fa fiutare e annusare un paesaggio, che mi spinge  a fondermi con gli elementi naturali, sabbia, acqua, rami o rocce che siano.
Qualcuno - di cui non ricordo il nome - parlava di "ecologia del profondo" per descrivere il processo di nutrimento della nostra anima e della nostra immaginazione. Non so se sia questo il termine  giusto per descrivere il mio percorso: io so per certo che cerco di fare in modo che la mia anima aderisca il più possibile alla materia, ai luoghi per arrivare a produrre poi forme immaginali.
E nel fare questo perseguo un ideale di bellezza, un'aspirazione alla bellezza che ha a che fare con il mondo della rivelazione e dell'analogia.


L'immedesimazione con la natura, gli alberi, le pietre è totale, forse perché fotografo i luoghi che conosco intimamente e che intimamente mi appartengono.
Dopo anni di assenza e di fuga sono tornata a fare i conti con le mie radici versiliesi, con l'immaginifico maturato durante l'infanzia e l'adolescenza, con le esperienze forti che mi hanno segnata.
Un lento ritorno a casa, contrassegnato dallo stupore di non aver dimenticato assolutamente niente dei luoghi dell'infanzia e di portare ancora impresse nella pelle, come un marchio genetico, le emozioni e le sensazioni della scoperta adolescenziale del mondo.
Ho ricordo di un rapporto fisico molto libero e molto forte con la natura: i bagni nell'acqua del fiume in estate e la scivolosità del muschio , la salsedine che mi arruffava i  capelli e gli esami preparati in solitudine sulla spiaggia, al riparo di una cabina, il freddo umido dei miei risvegli all'alba, in attesa dell'autobus che mi avrebbe portata al liceo, allora in un altro paese.
Il rapporto con questa mia terra - che sono tornata a fotografare da adulta e in un momento particolare della mia vita di donna  - non è dettato da motivazioni paesaggistiche o di indagine sociologica.
Non è il lavoro dell'uomo  e neppure la grandiosità della cava ad affascinarmi quanto la potenza e la complessità del marmo, le sue forme imponenti e la delicatezza dei suoi scarti che, fin da piccola, hanno esercitato una forte attrazione su di me.
Allo spazio aperto  della cava - una ferita aperta nel ventre della montagna, confinante con il cielo, che mi ha sempre fatto sentire inutile cosa a confronto della grandiosità del Tutto - ho sempre preferito lo spazio protetto e nascosto dell'argine, la vegetazione che cresce libera e fitta fra i blocchi di marmi e gli scarti delle lavorazioni.
In questi spazi chiusi, protetti, delimitati - una sorta di giardino segreto dell'anima - ho avvertito chiaramente la possibilità di far coesistere, senza troppo dolore,  luci ed ombre.
Ho capito che potevo lasciar spazio al dubbio, alle sfumature, ai mezzi toni dell'anima e delle stampe fotografiche recuperando tuttavia il rigore e l'assolutezza all'interno dello spazio delimitato dall'inquadratura.
Dalle mie esplorazioni adolescenziali lungo il fiume Vezza deriva sicuramente una grande lezione esistenziale: l'imponenza dei blocchi di marmo, il loro stare, soli e vicini, rappresentano per me un esempio da seguire, un' indicazione  affinché riesca a trovare anch'io la mia regola e la mia forza.
Credo che questo mio lavoro sia più di altri collegato intimamente al desiderio e al terrore insieme della nascita e della creazione. Creazione che include anche un oscuro senso di minaccia e di morte.
Ma abbandonarsi alla creazione vuol dire - come scrive una mia preziosa amica - "abbandonarsi alla gratuità dell'esistenza, sapere il dolore, la fatica eppure viverla questa nostra vita".
Vuol dire stare e cercare di vedere sempre più chiaramente  ciò che siamo e ciò che ci circonda, sapendo che alla fine dobbiamo rendere conto solo a noi stessi e non ad altri di quello che siamo o non siamo diventati.
Vuol dire cercare di non frantumare e disperdere la propria interiorità nel rumore vacuo della mondanità perché esistere è più importante di apparire.
Ma è solo lottando per affermare il proprio diritto all'esistenza e la propria ricerca di senso che si esiste, che l'anima si libera e si libra nell'aria.

Daniela Tartaglia



 










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