Intervista a Daniela Tartaglia in Professione Fotografo, Editrice Il Castoro, Milano 2001



Come definirebbe il ricercatore iconografico?

Ricercatore iconografico è un termine molto generico che spesso sta ad indicare professionalità e competenze fra loro molto diverse. Anche se,apparentemente, il fine ultimo è quello del reperimento delle immagini, ritengo che ci sia una bella differenza tra fare il picture-editor per una rivista o un quotidiano o, viceversa, esplicare tale ruolo in una grande agenzia di distribuzione di immagini fotografiche
Ci sono competenze naturalmente diverse. Nella mia esperienza quasi ventennale ho constatato che questo lavoro si può svolgere con varie modalità, con  attitudini ed aspettative differenti. Ci sono persone che si improvvisano ricercatori iconografici e tendono a reperire in tempi brevissimi il materiale che è stato loro richiesto, pensando che sia solo questa
la funzione che devono assolvere. In realtà, anche se  la capacità di individuare in tempi ragionevoli il materiale fotografico necessario a comporre un libro, una mostra o un servizio redazionale è un elemento essenziale del mestiere - poichè bisogna far appello alla propria memoria visiva, alla capacità di organizzazione delle proprie conoscenze, alla propria  mailing list - direi che questa non è tutto. Nel reperimento delle immagini una delle doti maggiori sta nel capire immediatamente il valore connotativo di un’immagine, intrevedendo in essa  una rete di possibili significati e relazioni.
Il ricercatore iconografico deve sapere o intuire cosa vuole il suo committente, essere in qualche modo dentro la filosofia del progetto per cui lavora, chiedersi in che modo le sue competenze possano arricchire una pubblicazione.
Purtroppo la necessità di soddisfare in tempi sempre più brevi la richiesta pressante di immagini ha fatto sì che il mestiere si sia ridotto, per alcuni, alla ricerca dell’immaginetta, della figurina.
E’ questo uno dei motivi principali che mi ha spinto a lavorare come fre-lance, a rifuggire, in modo più o meno consapevole, l’inserimento in una grande struttura, per poter soddisfare ogni giorno l’ aspirazione ad essere l’ eterna studiosa e rendere possibile l’incontro, la collaborazione, con persone che sappiano sfruttare al meglio le mie competenze e mi chiedano di pensare, non solamente di reperire immagini in tempi brevi.
 Ho avuto l’ opportunità, per alcuni anni, di operare in qualità di ricercatrice iconografica con Cesare Colombo, organizzatore e curatore di importanti mostre fotografiche. E’ stata un’esperienza interessante, da cui ho imparato molto e che ha contribuito a chiarirmi le idee su cosa non si deve assolutamente perdere di vista.
Ho lavorato sodo, spesso in lotta con il tempo, per poter consegnare il materiale necessario ma sentendo, sempre, di fare qualcosa che in qualche modo mi apparteneva poiché la ricerca iconografica si sviluppava su un’ idea e su un progetto che ben conoscevo, che condividevo, totalmente o in parte. C’era un apporto critico notevole, due intelligenze che si confrontavano, che collaboravano attivamente.
Un’altra esperienza interessante sotto il profilo professionale l’ho avuta all’interno di case editrici scolastiche (Edizioni scolastiche Bruno Mondadori e Sansoni per la scuola) che hanno particolarmente a cuore l’apparato iconografico e puntano sulla qualità della comunicazione visiva. Lì ho avuto la possibilità di crescere, di discutere certe scelte con il redattore, con il grafico, con l’ art director per capire la filosofia e la finalità del libro e far sentire la mia voce, con suggerimenti e sollecitazioni.
Come si può evincere da questa breve chiacchierata direi che esistono diversi modi di fare questo mestiere e differenti aspettative: probabilmente il ricercatore iconografico, di grande professionalità e grandi doti di autonomia, dopo alcuni anni rifiuta il solo ruolo esecutivo, cercando di affermare, sempre in accordo con la linea editoriale, la propria capacità
creativa all’ interno del progetto.

Quali le qualità?
Il problema, fondamentalmente, è quello di avere una certa sicurezza e autonomia e, dunque, possedere una conoscenza e una buona cultura di base, perché bisogna essere capaci di motivare sempre le proprie scelte. Inoltre, è necessario avvalersi di una solida cultura visiva, di molti contatti con archivi, fotografi, collezionisti, musei e istituti, costituirsi una sorta di mailing, di schedario, ed avere, in più, una forte capacità organizzativa. E’ indispensabile inoltre una certa versatilità e la capacità di saper approfondire, anche dal punto di vista teorico, gli argomenti che si è chiamati ad illustrare.  Deve conoscere, a mio avviso, la storia della fotografia, possedere un valido impianto teorico, cioè aver
presenti le problematiche inerenti alla semiologia, alla lettura dell’ immagine.Solo così si può salvaguardare la propria capacità creativa.
 
Cosa intendi per capacità creativa?
Secondo me, questo è un importante elemento creativo che si gioca nella selezione delle immagini. In tempi brevissimi l’iconografo deve visionare un numero consistente di immagini, scartare con decisione, certo di non fare errori, avendo chiaro qual è l’obiettivo finale, quali le richieste del committente, quale la filosofia del progetto. Deve essere sicuro e saper rispondere delle proprie scelte.  In breve tempo viene messa in gioco la sua cultura,la sua capacità intellettuale. La sola cultura, a volte, non è sufficiente, e un valido aiuto può venire, allora, dall’intuizione, dal sapere che è  necessario anche  giocare per contrasti, capire che ci sono immagini che
possono in futuro esser utili e, quindi, vale la pena di selezionarle.


Qual’è l’obiettivo?
Riuscire a produrre libri veri, stimolanti e capaci visivamente di far pensare, di suscitare reazioni, dubbi; non mi interessa fare libri esteticamente ben confezionati ma ‘muti’, dove l’immagine è ridotta a semplice figurina.

A livello scolastico esiste un comune percorso formativo?
Per quello che ho potuto verificare, non esiste una vera e propria figura professionale. Nella mia vita mi è capitato di incontrare e conoscere persone provenienti da ambiti diversi, ex-studenti di scuole di fotografia, oppure redattori laureati in storia dell’ arte o in lettere che ad un certo punto, all’ interno della casa editrice, per motivi organizzativi, sono stati
posti nel ruolo di iconografi; altri erano figli di fotografi, altri ancora critici, docenti di fotografia o studiosi del settore che svolgevano, come nel mio caso, anche quest’attività.
Io mi interesso da vent’anni di fotografia - direi quasi a 360 gradi -ma non sono specializzata solo nella ricerca iconografica perché sono solita alternare ad essa l’ attività di fotografa e di docente di storia della fotografia.
 
Quali consigli e quali raccomandazioni?
Se dovessi dare un consiglio alle persone decise ad intraprendere quest’ attività, direi di orientarsi verso scuole di fotografia o facoltà universitarie con un indirizzo volto allo studio dell’ immagine. Anche se tale percorso non è proprio così scontato e molto dipende dagli incontri e dalle passioni che uno ha, che uno riesce a sviluppare, dalle proprie ossessioni.
Io - ad esempio- sono laureata in Scienze Politiche, con indirizzo storico, ma è da quando frequentavo l’università che mi occupo a tempo pieno di fotografia.Non pensavo, però, allora, di cambiare facoltà nè che tale passione sarebbe diventata un giorno una scelta di vita.
 
Come si acquisiscono le necessarie competenze?
Innanzitutto è importante avere ed arricchire la propria cultura di base, non solo visiva, per poter stabilire delle relazioni ed allargare l’area della propria conoscenza ed intuizione. E poi, naturalmente, vedere mostre, andare spesso in libreria, cercando di non sfogliare solamente i libri, ma anche di leggerli. Un buon iconografo, ad esempio, non può fare l’errore di proporre un’immagine senza conoscere la filosofia o la posizione politica e morale espressa dal suo autore, non può prescindere dal contesto della sua realizzazione.Spesso ho visto immagini utilizzate a sproposito, solamente perché intriganti o d’impatto.
L’ aggiornamento è fondamentale, ma, piuttosto che divorare tutto in maniera acritica, riempiendosi solamente gli occhi, credo che sia preferibile organizzare la propria cultura, incanalare il proprio sapere, digerire quello che si assimila. Un altro aspetto importante in questo lavoro è quello della sfida, del cercare; sono doti fondamentali la curiosità e l’investigazione.