Ci sono giardini improvvisi, che compaiono in mezzo ai palazzi, nascosti e preziosi, come privilegi. Gli ampi portoni sulla strada ti invogliano a entrare. Ma spesso un portiere cortese ti rimanda indietro. Ci sono giardini belli e giardini brutti. Giardini di aiole regolari o di confusione. Giardini lasciati crescere o tenuti a freno. Dipende dai gusti. Ci sono giardini grandi, ovvero parchi pubblici, dove la gente cammina, gioca quando non è proibito, si distende a prendere il sole. E altri giardini grandi, chiusi e riservati. Proibiti. Tutti questi giardini possono essere descritti.
Tutti questi giardini possono essere dimenticati. Poi ci sono i giardini segreti. I giardini sognati. Inseguiti in mezzo alle pagine dei libri, insieme ai bambini che dovevano scoprirli. Giardini molto più affascinanti dei fiori esotici, dei laghetti, delle siepi scolpite. Sono i giardini della memoria. Bisogna immaginarli. Saperli inventare di nuovo. Se provate ad afferrarli, a spiegarli, fuggiranno via. Se invece provate a raccontare una storia, quelli, lentamente, ritorneranno, come bestie verso una sorgente dalla quale la vista di un uomo li ha fatti scappare. Le storie si possono raccontare. E a volte sono fotografie. Fotografie di luci e ombre. Di nebbie leggere. Di riflessi e opacità. Di selve profonde o di rose bianche. Fotografie come sentimenti, come sogni, come ricordi. Come giardini segreti, appunto. Le storie di Daniela, per esempio.

Giorgio Van Straten