Ci sono giardini improvvisi, che compaiono in mezzo ai palazzi, nascosti e preziosi, come privilegi. Gli ampi portoni sulla strada ti invogliano a entrare. Ma spesso un portiere cortese ti rimanda indietro. Ci sono giardini belli e giardini brutti. Giardini di aiole regolari o di confusione. Giardini lasciati crescere o tenuti a freno. Dipende dai gusti. Ci sono giardini grandi, ovvero parchi pubblici, dove la gente cammina, gioca quando non è proibito, si distende a prendere il sole. E altri giardini grandi, chiusi e riservati. Proibiti. Tutti questi giardini possono essere descritti.
Tutti questi giardini possono essere dimenticati. Poi ci sono i giardini segreti. I giardini sognati. Inseguiti in mezzo alle pagine dei libri, insieme ai bambini che dovevano scoprirli. Giardini molto più affascinanti dei fiori esotici, dei laghetti, delle siepi scolpite. Sono i giardini della memoria. Bisogna immaginarli. Saperli inventare di nuovo. Se provate ad afferrarli, a spiegarli, fuggiranno via. Se invece provate a raccontare una storia, quelli, lentamente, ritorneranno, come bestie verso una sorgente dalla quale la vista di un uomo li ha fatti scappare. Le storie si possono raccontare. E a volte sono fotografie. Fotografie di luci e ombre. Di nebbie leggere. Di riflessi e opacità. Di selve profonde o di rose bianche. Fotografie come sentimenti, come sogni, come ricordi. Come giardini segreti, appunto. Le storie di Daniela, per esempio.

Giorgio Van Straten.

Testo di presentazione al catalogo della mostra Trucchi di radianza, 1994