E' l'immagine fotografica dell' immutabile Vesuvio, con la storica eruzione del 1888, ad aprire emblematicamente questa sezione e a permetterci di soffermare la nostra attenzione, non solo su alcune caratteristiche intrinseche a quasi tutta la fotografia dell' Ottocentoma, anche e soprattutto, sulle ragioni profonde che tutt'oggi ancorano il nostro sguardo all'immediatezza documentativa e all' accattivante veridicità prospettica di tali immagini.
Oggi più che mai siamo pienamente consapevoli che la caparbietà del referente ed il contenuto imitativo presente in queste immagini ripropongono l'accattivante assioma che per lungo tempo ha condizionato il nostro modo di vedere e valutare il mondo circostante, perpetuando quel facile culto della natura non purificata, non interpretata dall'immaginazione, in cui Baudelaire vedeva, già nel 1859, un segno evidente di generale abbassamento
(C. Baudelaire, Poesie e prose, Mondadori, Milano, 1973). Ma per quanto illusorie o stereotipate, le immagini realizzate dai fotografi dell'Ottocento conservano un grande fascino che, in gran parte, deriva dalla memoria di un passato vagheggiato ma ormai scomparso per sempre, dal ricordo di una Italia bellissima e metafisicamente vuota, sospesa nel tempo, dissolta ma ancora capace di rinnovellare il mito e la nozione stessa del viaggio.
L'aura di fisionomie antecedenti alle deturpazioni e alle devastazioni del mondo contemporaneo spiega tuttavia solo in parte la fascinazione esercitata ancora prepotentemente da queste immagini.
Indubbiamente il loro potenziale informativo contribuisce non poco a mantenere vivo il nostro interesse e a rimarcare le grandi potenzialità della fotografia nella sua lotta per fermare il tempo. La fotografia riesce ancora - come sosteneva nel 1856 il noto pubblicista francese Ernest Lacan - a contrapporsi al "grande devastatore", a ricomporre e rendere immortali i monumenti che rischiano di andare in rovina: il tempo , le rivoluzioni, le convulsioni terrestri possono distruggerli fino all'ultima pietra, ma essi vivono ormai nell'album dei nostri fotografi.2 (E.Lacan, Esquisses photographiques à propos de l'Exposition universelle et de la guerre d'Orient, Grassart, Parigi, 1856 citato in J.C. Lemagny,/A. Rouille, Storia della fotografia, Sansoni Editore, Firenze, 1988).
Ma né il fascino della testimonianza struggente e romantica né il semplice bisogno di ritrovare un momento di rigore visivo all'interno della miriade di segni prodotti dalla civiltà contemporanea spiegano perchè non riusciamo a distogliere lo sguardo da queste immagini.
E' qualcosa che va oltre, qualcosa che ha a che fare con il Tempo inteso in senso metafisico e con una sorta di contemplazione amorosa nei confronti del paesaggio.
I fotografi dell'Ottocento, pur nella loro smania catalogatrice che ci consegna immagini rigorosamente frontali e nitide, sapevano infatti sicuramente coltivare un atteggiamento contemplativo nei confronti dell'oggetto fotografato , una meraviglia, uno stupore ed un'unitarietà che derivano dalla intuizione prospettica dello spazio nella sua forma simbolica ma anche, e soprattutto, dalla pazienza con cui alimentavano lo sguardo per avvicinarsi a comprendere la complessità del paesaggio.
I lunghi tempi di esposizione impedivano, è vero, di registrare il movimento e l'animazione delle città, consegnandoci così architetture immobili, sospese nel tempo, ambientate in uno spazio definito scenograficamente ma assai innaturale.
Ma, pur essendo strettamente definita dalla tecnica fotografica, la sintassi linguistica da loro utilizzata faceva ricorso ad un'attitudine complessa, articolata, capace di dare uguale dignità e valore ad ogni elemento della rappresentazione.
Il grande fascino che la fotografia dell'Ottocento esercita ancora oggi sui contemporanei - si pensi alle opere di Robert Adams e dei NuoviTopografi americani - sta proprio in questa capacità di "stare a distanza" per rendere giustizia all'oggetto rappresentato, alle sue implicazioni con il silenzio per ricomporre, parallelamente alla natura, un ordine del paesaggio.
Consapevolmente o inconsapevolmente tali immagini riescono a ristabilire, ancora oggi, il contatto con una nozione del tempo che sembra ormai non appartenerci più e che desideriamo, in qualche modo, recuperare.
Con l'avvento del XX secolo la fotografia perde rapidamente queste complesse implicazioni per confrontarsi sempre di più con le modificazioni del tessuto sociale, con la scienza, l'antropologia e la nascita della psicanalisi. Scrive Paolo Mantegazza, antropologo e libero pensatore di fine Ottocento: La fotografia possiede un altro pregio preziosissimo, quello di essere democratica. (...). Benediciamo dunque la scienza che allarga l'orizzonte all'occhio umano e concede al cuore di tutti ciò che una volta era privilegio di pochi( cit. in Scritto con la luce. Fotocine in Italia 1887-1987, a cura di C. Colombo,Electa, Milano, 1987 ).
Alle immagini di Alinari, Sommer, Brogi, Gilletta si susseguono e si contrappongono ora le animate visioni urbane realizzate dai dilettanti che possono contare, grazie alle innovazioni tecniche, su apparecchi portatili di piccolo formato, su lastre alla gelatina ai sali d'argento di uso immediato e successivamente su pellicole in rullo, fabbricate industrialmente e facili da usare.
E' indubbio che la nascita e lo sviluppo dell'industria fotografica abbiano avuto notevoli ripercussioni sulla evoluzione del linguaggio fotografico, permettendo ai fotoamatori ed agli stessi professionisti di svincolarsi da preoccupazioni di tipo estetico, per realizzare invece documenti spontanei sulla vita familiare e sociale del tempo. Ma tale cambiamento di rotta non sarebbe stato possibile se un nuovo concetto di verosimiglianza - quello dell'istantanea - non avesse trovato una corrispondenza profonda nel contesto economico e sociale.
L'architettura e il paesaggio smettono infatti di essere i veri protagonisti dell'immagine e diventano un palcoscenico su cui gli uomini e le donne del Novecento mettono festosamente in scena la loro "commedia umana".
Un benessere ed una civiltà senza precedenti fanno così da sfondo ad ascensioni in mongolfiera, viaggi, gite in barca e in montagna, balli e vacanze al mare, con cui la borghesia dei commerci e delle professioni, unitamente al nuovo ceto medio degli insegnanti e degli impiegati, celebra l'era operosa e pacifica della Belle Epoqué.
La fotografia diventa infatti lo strumento per eccellenza con cui immortalare il proprio passaggio nel mondo e il proprio ruolo sociale.
Diventando appannaggio di molti, la produzione e la fruizione di immagini finiscono però per modificare profondamente l'immaginario collettivo e lo stesso concetto di esperienza.
Adesso, non sono più soltanto gli artisti a produrre immagini: le 'rappresentazioni del mondo' che vengono diffuse dalla fotografia non sono più, come un tempo, frutto di una forte selezione sociale, da parte di una classe socialmente e culturalmente omogenea. La circolazione allargata di stimoli sensoriali ed intellettivi, esterni all'esperienza personale - grazie alla fotografia e poi al cinema - contribuirà in breve alla liberazione di grandi masse di persone da quella che i sociologi definiscono la "tirannia" dell' esperienza individuale.
Ospitata in maniera sempre più consistente sulle pagine delle riviste, la documentazione fotografica avrà un impatto sociale paragonabile solo a quello introdotto dal procedimento di stampa di Gutenberg.
L' incidenza sarà tale da orientare antropologicamente e culturalmente l'esistenza di enormi masse di persone, arricchendo 'il villaggio globale' di livelli di universalità e di omogeneità mai raggiunti ma, nel contempo, modificando profondamente la funzione e la qualità delle fonti di produzione dell'immaginario collettivo.


Daniela Tartaglia