INTERVISTA A FERRUCCIO MALANDRINI
a cura di Daniela Tartaglia



DT  La domanda  é un pò scontata ma vorrei sapere come inizia la tua  passione per il collezionismo fotografico e per la fotografia in generale.

FM   Il mio interesse  per la fotografia  inizia  attorno al 1948, mediato da quello per il cinema. Verso i diciotto anni -  età in cui si comincia ad uscire dal bozzolo della famiglia e degli amici, in cui si cominciano ad intravedere altre dimensioni del mondo -  fui preso dall' interesse per il cinema, dall'impegno culturale e  politico.
In quegli anni seguire il cinema significava impegnarsi culturalmente poichè nel dopoguerra la cultura cinematografica era la cultura dell'impegno sociale.Tutto ciò ti portava a seguire certe riviste - Cinema nuovo, Il Contemporaneo, Il  Politecnico, ad esempio - che avevano una forte caratterizzazione ideologica.
Cinema nuovo, diretta da Aristarco, era una rivista emblematica per chi si occupava di cinema in quegli anni. Non era solo la rivista di Antonioni, di De Sica, di Visconti, di De Santis ma anche una rivista su cui si pubblicavano i fotodocumentari di Pinna e Sellerio, le prime fotografie realizzate da Paul Strand in Italia , le immagini di New York di William Klein.
La rivista -  attenta alle vicende della fotografia - mi coinvolse  molto e saldò il mio amore per il cinema con la fotografia.
Attraverso queste ed altre pubblicazioni tra cui il libro di Mollino, il Fotoquaderno N.1 con le foto di Invernizzi e Moncalvo, i libri di Cartier-Bresson e Klein pubblicati da Feltrinelli, si costruì - attorno agli anni 1950-1955 - un corpus di immagini, personalità e luoghi della fotografia essenziale al mio coinvolgimento sempre più stretto con questo mezzo espressivo.
Con il tempo , grazie anche alle ore passate nelle librerie a cercare libri di cinema, questo terreno si allargò sempre più . Trovai pochi, ma per me fondamentali, libri di fotografia : i ritratti ambientati di Carlo Mollino, i microlibri di Scheiwiller.
Ma è Il messaggio della camera oscura (1949 ) di Carlo Mollino che mi da un'apertura, che mi fa conoscere le problematiche estetiche e filosofiche della fotografia, che mi fa conoscere i fotografi fondamentali da lui segnalati  : Atget, Man Ray, Nadar, Alvarez Bravo.
Ricordo che rimasi affascinato da queste fotografie e dalla scoperta della dimensione artistica della fotografia.
Ancora oggi, a tanti anni di distanza,  posso dire che le direttrici da lui individuate furono fondamentali per la mia formazione futura.
Poi ci fu Un paese (1955 ) di Paul Strand. Il libro - che allora non ebbe alcuna fortuna editoriale - mi entusiasmò a tal punto che mi prefissi di fare altrettanto, di fotografare tutti i miei compagni di lavoro e i luoghi della fabbrica, accompagnando le immagini con una didascalia.Naturalmente non realizzai niente di tutto ciò.

DT  Tra le riviste  citate non figura Life  che pure, in quegli anni, era un passaggio obbligato per chi voleva occuparsi di fotografia . Come mai ?

FM  Perchè non la conoscevo. I miei punti di riferimento erano altri, più italiani. Come ho già detto : Il Contemporaneo, Il Politecnico, Lavoro (settimanale della CGIL).
Mi sono avvicianto anche a Ferrania , in quegli anni, ma non la trovavo interessante. E mi sbagliavo. Allora avevo un concetto troppo intellettualistico della fotografia.
Preferivo Camera  che, a partire dal 1958, cominciai ad acquistare regolarmente : li trovavo corrispondenza di gusto, di interessi, di linguaggio.


DT Ma, esattamente, quand' è che nasce il tuo coinvolgimento diretto con la fotografia? Quand'è che inizi a fotografare?

FM Grosso modo attorno al 1962. Ricordo che comprai una Rolleiflex 6x6 ed una macchina fotografica formato Leica con cui iniziai, immediatamente, a fotografare, di tutto.Portavo le macchine fotografiche sempre con me, anche al lavoro, tanto che le persone della piccola città di Siena  mi indicavano ormai come 'quello con la macchina fotografica'.
In quell'anno ci fu poi un viaggio in Cecoslovacchia che, dal punto di vista fotografico, mi impegnò molto. Credo che i risultati siano ancora oggi apprezzabili.

DT A chi - allora - facevi vedere il tuo lavoro? Con chi ti confrontavi?

FM Sostanzialmente con i miei amici che erano sempre esageratamente entusiasti ed estraevano problematiche  di tipo esistenziale dalle mie immagini. Non era ovviamente un confronto ma solo un apprezzamento automatico. Era, comunque, un modo di trasmettere delle immagini a delle persone interessate a vederle.

DT Non ti interessava entrare in contatto con i critici fotografici di allora?

FM  Ero fondamentalmente un 'isolato': non partecipavo ai concorsi fotografici nè compravo riviste di settore, salvo quelle di cui ti accennavo prima. Unica eccezione la mia partecipazione al concorso fotografico bandito da Lavoro , il settimanale della CGIL, dal titolo "Un giorno della vita". Non si trattava del solito concorso fotoamatoriale perciò partecipai inviando 5 fotografie di contenuto esistenziale. Fotografie che furono tutte pubblicate su una pagina speciale e ricevettero il primo premio. E' uno dei ricordi più simpatici della mia vita.

DT Come avviene il passaggio da questa dimensione fotoamatoriale a quella professionale ?Com'è che decidi di lasciare il lavoro e di trasferirti a Milano per tentare l'avventura del fotoreporter?

FM Non userei il termine fotoamatoriale per definire l'attività fotografica di quegli anni. Non dimenticare che negli anni Sessanta  - oltre a fotografare per conto mio e a realizzare dei fotodocumentari - assolvevo anche a compiti di tipo commerciale: fotografavo oggetti per cataloghi industriali, realizzavo servizi fotografici per architetti che dovevano documentare la loro opera. Insomma: facevo un pò di tutto ma sempre professionalmente.
Una volta arrivato a Milano il problema era di trovare lavoro e di guadagnare abbastanza per potersi mantenere. Cosa che nel giro di pochi mesi mi riuscì. Naturalmente vivevo in una camera d'affitto, mangiavo alla mensa de L'Unità; avevo insomma una vita minimale!

DT Mi stupisce, tuttavia, la tua capacità di apprendimento e  realizzazione in tempi così brevi.  Se non ricordo male ti trasferisci a Milano - pronto ad iniziare la tua avventura fotografica da free-lance - nel marzo 1964,  appena due anni dopo aver iniziato a fotografare. Una scelta che comporta di sapersi anche rapportare alla committenza.

FM Allora io mi buttavo nelle situazioni anche se - intendiamoci -avevo abbastanza paracaduti; non ero così incosciente da trasferirmi  a Milano senza conoscere nessuno. Ricordo, anzi, che nei mesi precedenti la mia partenza, presentato da amici di amici, avevo avuto parecchi incontri con personalità milanesi della fotografia. Uno degli incontri più interessanti, che meriterebbe una riflessione a parte, fu senza dubbio quello con Ugo Mulas.
Ma una volta arrivato a Milano, di questi contatti e di questi discorsi non seppi che farmene. Li avevo le mie piccole preoccupazioni giornaliere legate ai servizi di cronaca che dovevo realizzare per L'Unità  o Vie Nuove.
Ricordo che verso le dodici ricevevo dal giornale le indicazioni relative alle fotografie da realizzare: andavo a farle, saltando da un tram ad un taxi, e poi scappavo a svilupparle e stamparle per poterle consegnare in tempo. Molto spesso aspettavo fino alle tre di notte per poterle vedere, fresche di stampa, sul giornale. A quel punto andavo a letto, pronto a ricominciare una nuova giornata.
Anche se non rifuggivo gli altri ero immerso in un bozzolo tutto personale. Non avevo tempo per gli altri (anche se agli altri risultavo sempre simpatico), non avevo tempo per i discorsi, per i consigli.
Ero sommerso dal mio giornaliero e poi più che altro avevo da fare.

DT  Trovavi il tempo per realizzare le tue fotografie?

FM  Si, certamente. Non dimenticare che portavo sempre la macchina fotografica con me e che anche quando fotografavo su committenza cercavo di realizzare delle immagini personali.
Nella maggior parte delle fotografie di Milano, quelle che ancora oggi mantengono un certo fascino, sono sicuramente quelle realizzate in assoluta libertà. Tuttavia si possono trovare degli scatti interessanti anche nelle fotografie eseguite per la cronaca e commissionate dai diversi giornali e giornaletti della Sinistra.
L'evento più coinvolgente dal punto di vista del reporter  resta comunque, nel 1964,  la partecipazione ai funerali di Togliatti, a Roma. Pensa, che nel decennale della morte di Togliatti - il cui mito resiste ancora oggi - il partito mi incaricò di organizzare una grande mostra a Siena. Una mostra di forte impegno, anche economico.

DT Parliamo adesso della tua attività di raccoglitore di vecchie fotografieQuando e dove hai iniziato ad acquistare fotografie?  Ti ricordi qual é stata la prima fotografia che hai comprato?

FM Un nucleo consistente delle mie fotografie è stato da me acquistato tra il 1975 e il 1980, grazie all' aumentata disponibilità economica derivante dall' attività di fotografo ed organizzatore di mostre fotografiche svolta a lato di quella  di elettrotecnico.
In realtà però avevo già comprato fotografie  a Lione, nel 1958, dove mi ero trasferito per motivi di lavoro.
L'appartamento in cui vivevo a quel tempo era situato nella piazza dove si svolgeva il tradizionale 'marchè aux puces' che, nella mia vita  solitaria , frequentavo forzatamente e assiduamente.
Li, un giorno,  un camion scaricò un' enorme massa di fotografie formato Gabinetto provenienti da importanti studi fotografici francesi dell' Ottocento.Ricordo che, in quell' occasione, ne acquistai alcune decine. Comunque già  al  mio ritorno  a Siena, nel 1959, avevo con me circa trecento fotografie.
La mia avventura nel campo del collezionismo fotografico inizia tuttavia molto più tardi, attorno al 1980, quando per una serie di vicende personali, ormai libero da quotidiani impegni di lavoro, decido di trasferirmi a Firenze.
Avevo molto tempo a disposizione , allora, e cominciai ad impiegarlo con successo nella raccolta di materiale fotografico.
Non bisogna dimenticare che a Firenze c'era un terreno fertile. Basti pensare alla sua posizione geografica, al ruolo di attrazione rivestito nel corso dell' Ottocento, alle realtà intellettuali ed economiche che ci sono state fin dai primi anni della nascita della fotografia. Alludo al Granducato di Toscana, alla presenza di molti stabilimenti fotografici importanti tra cui gli ancor noti Alinari e Brogi, all'operato della Società Fotografica Italiana. Tutto questo ha lasciato delle tracce, dei reperti che affiorano ancora oggi  e massimamente affioravano nei primi anni Ottanta, data del mio arrivo a Firenze.

DT Nella tua collezione attuale, ma anche in quella che nel 1987 hai ceduto al Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari, è rara la presenza dei 'maestri' della fotografia. Come mai?

FM  Semplicemente perchè io sono sempre stato 'vicino alla terra'. E' vero che non ho privilegiato i grandi autori ma questo è successo perchè nei mercatini, nei negozi di antiquariato e di stampe, nelle librerie - i luoghi che tradizionalmente frequento - è difficile, trovare fotografie di Stieglitz . Li non si incontrano nè i Man Ray nè gli Stieglitz nè altri.
Però si possono fare incontri di un certo livello. Deve essere chiaro che io non compro fotografie da fotografi famosi, non compro fotografie da mercanti specializzati o nelle aste. Le compro dappertutto, dove le trovo, eccetto che in questi luoghi.

DT Si, questo è vero, anche se conoscendoti, ritengo vi siano altre motivazioni legate più che altro alla tua militanza di sinistra, al tuo retaggio culturale, al tuo interesse per la "Storia".Penso agli storici degli Annales, al loro interesse per i reperti, anche  quelli minori.

FM  Questa è per me una dimensione  necessariamente naturale, perchè io viaggio "vicino alla terra", alla rappresentazione della realtà dell'uomo, delle piccole vicende quotidiane anche se  sto sempre attento a cogliere l'aspetto formalistico di queste cose.
Tu, un po troppo schematicamente, interpretavi questo atteggiamento come marxista. In realtà questa definizione mi va stretta perchè all' interno dell' impegno politico sono sempre stato considerato il fantasista, il canzonatore del realismo.
Ciò nonostante ribadisco la mia vocazione minimalista ed il mio interesse per tutto quello che l'umanità riesce ad accumulare sotto forma fotografica, restituendola come rifiuto.
La consapevolezza di sapere che questo 'rifiuto' non è tale e che questi materiali hanno un gran valore rende la mia ricerca ancor più appassionante.

 DT Il termine 'collezionista' spesso accomuna persone che acquistano fotografie perchè mosse da un puro piacere estetico e persone che collezionano con intenti ed approcci storico-documentativi.Nel tuo caso questi due aspetti coesistono?

FM Una delle caratteristiche principali della mia raccolta è data dalla coesistenza di due filoni: da una parte ci sono le testimonianze fotografiche degli individui, degli autori che hanno contribuito a scrivere la storia della fotografia; dall'altra  ci sono le testimonianze degli amanuensi della fotografia, le trascrizioni fotografiche popolari e vernacolari la cui importanza non deve essere assolutamente  sottovalutata. Non a caso il Getty Museum  ha istituito - accanto alla sezione relativa agli autori che hanno fatto la storia della fotografia - una sezione dedicata alle testimonianze della fotografia popolare e vernacolare.
Questo tipo di fotografia, insieme a quella scientifica o industriale, è per me parimenti significativa. Non separo le cosiddette immagini d'autore da quelle prodotte per committenza: anche un album contenente fotografie industriali è suscettibile di darmi emozioni di tipo estetico.


DT Quali sono le fotografie più interessanti che hai trovato negli ultimi anni?

FM Le fotografie interessanti da me trovate sono moltissime ma non è il caso di fare qui degli elenchi. Comunque - se proprio vuoi saperlo - ho trovato una bellissima marina di Gustave Le Gray, il cui prezzo di mercato è oggi molto alto. Ma anche: una fotografia di Costantinopoli eseguita da Robertson nel 1852, uno splendido album di Huard con immagini del suo viaggio in Russia e vedute di Leningrado .
E poi ci sono centinaia di fotogafie eterogenee, dedicate agli argomenti più diversi, in cui trovano posto piccoli archivi di fotografi.
E' una raccolta che comprende autori noti e meno noti, prodotti di studi fotografici, aggregazioni interessanti su realtà minori - ad esempio la fotografia a Siena - suscettibili di letture trasversali di vario genere.
Si fa un gran parlare, oggi, di antropologia involontaria e nella fattispecie di Disfarmer a cui, proprio in questi giorni, i Rencontres Internationales de la Photographie di Arles dedicano una mostra. Tu non ti immagini neppure quante realtà consimili siano state prodotte nei nostri paesi e quante situazioni avvicinabili a questa siano rappresentate nella mia raccolta.
Di una realtà d'insieme così stratificata  non è possibile, comunque,  restituire la complessità in un' intervista  e in così brevi note.

DTLa tua raccolta è formata prevalentemente da stampe oppure c'è anche un nucleo consistente di lastre e negativi?

FM Privilegio le stampe fotografiche piuttosto che le lastre o i negativi, materiali che presentano notevoli problemi di immagazzinamento. Non sono il direttore di un museo, che ha a disposizione anche dei magazzini, ma un privato che nel raccogliere fotografie deve tener conto anche della grandezza del proprio appartamento.
Inoltre il mio è un modo intimistico di essere dentro la fotografia, che passa anche attraverso  la dimensione delle cose.

DT A quanti pezzi ammonta, oggi, la tua raccolta? Quali criteri di ordinamento o catalogazione hai seguito?

FM  Ho difficoltà a rispondere a questa domanda: di certo la mia raccolta si aggira sui 10.000/15.000 pezzi ma non lo posso affermare con esattezza poichè le fotografie non sono state inventariate nè catalogate.
E' uno dei crucci della mia vita ed anche uno dei miei desideri maggiori.Vorrei abbandonare, per un pò di tempo, qualsiasi altra occupazione per dedicare alcuni mesi all' ordinamento del  materiale raccolto.

DT Cosa intendi con il termine  ordinamento ?

FM  Ordinamento per me vuol dire, in relazione alla mia collezione, ripercorrere questo insieme con determinate logiche che  permettano di prendere coscienza dei materiali per poterne estrarre tutte le significazioni.

DT Hai mai pensato di realizzare una mostra con le immagini da te raccolte e selezionate  nel corso degli anni?

FM No, non ci ho mai pensato seriamente anche se, in linea di principio, non mi dispiacerebbe.
Ma fondamentalmente non ne ho voglia perchè sono una persona pigra, a cui piace perdere tempo, che girella per la città, i mercatini, i negozi di antiquariato, perdendo tempo. E' così che trovo le fotografie.
Sono capace di lavorare ma lo faccio solo se non ne posso fare a meno. In genere non amo disciplinarmi. E poi sono più interessato  al momento della ricerca.
Comunque la mia raccolta è ricca di motivi e potrebbe sostenere non una ma più mostre.

DT Ma se tu dovessi mostrare solo 100  immagini, fra tutte quelle che hai raccolto negli anni, cosa privilegeresti, quali criterio seguiresti?

FM  Nella tua domanda c'è un equivoco che va sciolto. Io non ho raccolto secondo un piano ma ho raccolto tutto quello che ho trovato, scartando solo le cose rovinate o insignificanti.

DT Ma già nell' operazione di scarto esiste un criterio di selezione, non credi?

FM Certo perchè le cose insignificanti, di bassissimo interesse sono moltissime. Ma la selezione avviene, per me, quasi in modo fisiologico.

DT Quali sono i tuoi progetti futuri?

FM In primo luogo:  ordinare - come ti ho già detto - la  collezione di fotografie da me raccolte negli ultimi anni in modo che risulti intellegibile.
In secondo luogo: ordinare il mio archivio personale di fotografo ed, eventualmente, raccontarlo attraverso una mostra o un libro. Dovrebbe essere una cosa molto privata, un divertimento, un rileggere il proprio passato attraverso le fotografie. Questa commistione fra passato e presente  mi piace moltissimo. E' uno dei vizi della fotografia.
Vorrei, tuttavia, che la cosa in sè fosse fatta perchè desidero che le cose abbiano una loro sistemazione, anche burocratica. Un archivio, anche  brutto, anche  poco significante -  se è comunque legato ad una realtà operativa - per essere tale deve essere consultabile. Deve essere ben strutturato, se non altro per poterlo leggere e magari anche dimenticare.

DT Mi sono sempre chiesta come riesci a conciliare questa dimensione di 'collezionista solitario' con la collaborazione ormai decennale con gli Archivi Alinari.Non esiste un conflitto?

FM Io sono uno che si intende di fotografia, che raccoglie fotografie e come tale ha un rapporto con gli archivi Alinari. Per questa istituzione esplico delle missioni, fornisco delle consulenze, do dei pareri sull'opportunità o meno di acquistare dei fondi fotografici, valuto la correttezza delle richieste economiche.
A lato di questa  collaborazione  esiste poi la mia attività dicollezionista.

DT Quando ti imbatti in materiale fotografico che non puoi comprare o non puoi ospitare a casa tua come ti comporti?Lasci perdere oppure ne segnali la presenza alle istituzioni (pubbliche o private)in grado di salvaguardare ciò che viene disperso?

FM L' aspetto di salvataggio è per me molto importante. Quando mi trovo di fronte ad archivi interi, ad insiemi di notevoli dimensioni ed ingombro - soggiacendo all' ideale di preservare queste testimonianze -faccio in modo di dirottarle verso un 'istituzione  o azienda vocata a questo tipo di interventi. Ovvero- attualmente - il Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari.

DT La tua biblioteca è recentemente confluita nel Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari. Al momento della cessione hai imposto dei vincoli  relativi alla fruizione e alla permanenza a Firenze di questo patrimonio librario?

FM No, non mi sono posto il problema perchè oggettivamente non credo che esista tale pericolo. Anche se cambiassero gli attuali proprietari non penso che si procederebbe a vendere o smembrare un materiale così ricco. Siamo a Firenze, sappiamo difendere una ricchezza di interesse generale.

DT Mi sono sempre chiesta perchè - prima di cedere la tua biblioteca - non hai pensato a realizzare una mostra o una pubblicazione relativa alla storia e all' evoluzione del libro fotografico.

FM Perchè sono pigro ed amo più il momento della ricerca che non quello della realizzazione concreta.

DT Quali sono i libri più interessanti della biblioteca recentemente confluita  negli Archivi Alinari?

FM La novità della mia biblioteca sta nella presenza consistente di libri illustrati con fotografie e che utilizano la fotografia dandole dignità grafica, facendola diventare   parte principale dell'espressione di un libro. Magari sono libri d'industria o d'architettura che - pur non appartenendo intenzionalmente alla fotografia - di fatto esprimono una forte impostazione fotografica. Per perizia e per bellezza sono di fatto libri fotografici.
Nella mia biblioteca è notevole la presenza di questo tipo di libri.A lato ci sono naturalmente molti dei libri che appartengono per statuto alla storia della fotografia.
Tra i libri più rari e preziosi: Traité de photographie sur papier  di Blanquart-Evrard (Paris 1851); Paris- Photographe  (4 volumi, 1891-94 ); Le procédés d'art en Photographie  di R. Demachy e C. Puyo (Paris 1906 ); Man Ray Photographies 1920-1934  (Paris 1934); Fotodinamismo futurista (Roma, 1912)

DT Cosa pensi dell'editoria fotografica contemporanea? Acquisti tutto ciò che trovi per gusto della documentazione oppure ti muovi con estrema selettività?

FM Come ben sai la costituzione della biblioteca è stata l' attività che maggiormente mi ha coinvolto e compromesso con la fotografia. Fino al 1980 il mio coinvolgimento con la fotografia è dato prevalentemente dalla biblioteca e dalla mia professione di fotografo . E' solo dopo tale data che  inizio a raccogliere  e collezionare  stampe fotografiche in modo più 'sistematico'.
E' chiaro quindi che la mia attrazione rimane sempre molto forte. Io amo molto la fotografia nei libri. Ritengo, anzi, che la fotografia moderna - dagli anni Venti ad oggi - sia meglio collocata su un libro che fruita direttamente.
Nel fabbricare un libro fotografico c'è senz'altro più lavoro - una presentazione e un senso molto più preciso - che non in una raccolta di fotografie. C'è un valore aggiunto dato dal testo critico, dalla grafica, dal collocarsi sul mercato in un momento preciso, anche dal punto di vista ideologico.
Il libro resta, senza dubbio, per la fotografia il momento più complesso ed affascinante.

DT Negli ultimi venti anni ci sono stati libri - italiani o stranieri - che ti hanno particolarmente intrigato?

FM Si, tanti. Il Nadar del Museo d' Orsay, i libri di Avedon, i libri di Koudelka. Comunque è impossibile per me fare - seduta stante - una lista di libri esemplari. La pubblicistica è ormai ricchissima e molti sono i libri di elevata qualità.