Fotografia ed inconscio

 

 

 

 

Non si puo vivere senza visione. Noi siamo tutti - per dirla con James Hillman - "pazienti dell'immaginazione"
Difficilmente avrei potuto trovare parole piu adatte di quelle usate dalla nota psicanalista junghiana  Lella Ravasi Bellocchio, per esprimere la forza e il fascino presenti nelle immagini  di Alessandra Capodacqua.

Sospese in una dimensione magica e nostalgica le immagini fotografiche qui presentate rafforzano, ancora una volta, la convinzione profonda che le potenzialità della fotografia  stiano nella capacità visionaria ed ossessiva di chi usa tale mezzo di espressione.

Fotografia significa etimologicamente 'scrittura di luce' ma pochi sanno indagare questo mezzo per far luce sul proprio inconscio, per curare amorosamente la propria immaginazione.

Interessata da sempre ad una fotografia in cui l'attenzione per le tracce ed i segni della memoria  è predominante rispetto alla trascrizione fedele del reale, Alessandra Capodacqua ci trascina, invece, letteralmente nel regno dell'inconscio e dell'immaginazione," nel mondo all'alba della sua prima esplosione quando esso è ancora l'esistenza stessa e non ancora l'universo dell'oggettività"( Foucault /Sogno ed esistenza)

L'ambiguità della visione e la restituzione insolita di forme ed oggetti conosciuti  - in certo qual modo favorite dall' utilizzo del foro stenopeico -dialogano magistralmente con la luce che si insinua, si spande, lambisce le superfici fino a diventare essa stessa Forma.

I contorni sfuggono, si dilatano e gli oggetti sembrano quasi voler fuggire dalla rigidità imposta loro dalla struttura materiale che li configura.

Le lunghe esposizioni e le inquadrature ravvicinate rafforzano l'ambiguità delle forme e i rapporti insoliti che si creano e si stabiliscono fra gli oggetti.

A tratti la materia pare tremare, dipanarsi in scariche di luce, voler fuggire dal nucleo di appartenenza per diventare pura radianza.

Le immagini di Alessandra Capodacqua hanno il grande merito di condurre colui che guarda sul terreno del 'non detto' e di favorire, in tal modo, un incontro che si gioca nell'ambito dell'intuizione e dell'emozione.

 

 

 

La fotografia-fin dalla nascita-per natura e statuto produttivo ha dovuto fare i conti con la caparbietà del referente, con la pienezza analogica che ha ha finito per spostare l'attenzione più sul contenuto imitativo che non  sul valore connotativo dell'immagine fotografica. 

Ancorata alla sua presunta oggettività la fotografia è così rimasta, per lungo tempo, bloccata al livello della pura denotazione quasi fosse irrilevante capire il percorso con cui il fotografo poteva arrivare ad aggiungere significato.

E' solo con l'emergere di un altro tipo di approccio, più attento alla ricerca delle strutture profonde e alle modificazioni del pensiero e del contesto culturale, che la fotografia comincia ad essere usata ed indagata come strumento di significazione, favorendo in tal modo il radicamento e l'evoluzione di un codice linguistico

Un grande contributo, in tale direzione, è stato sicuramente dato dalle avanguardie artistiche del primo Novecento e dallo sviluppo della cultura psicanalitica che, focalizzando la ricerca sul terreno delll'indagine piuttosto che su quello della rappresentazione, hanno,

di fatto, spostato l'attenzione dal prodotto artistico come 'oggetto' alla progettualità che sta alla base del lavoro dell'artista, lasciando in tal modo spazio ad una interpretazione più aperta ed attiva dell'opera d'arte.

Il radicarsi di tale consapevolezza ha finito per concedere spazio a  differenti modi di accostarsi al soggetto, che non poco hanno contribuito ad una definizione più libera e laica dell'opera d'arte fotografica.

Unico criterio di selezione, in tanta libertà, la capacità dell'autore di indagare ed approfondire la ricerca sul linguaggio  espressivo utilizzato, la capacità di leggere ed interpretare l'ambiguità della percezione, di produrre immagini generate da una visione critica del mondo oppure di pervenire alla scoperta di sé.

Indagare ed interpretare significa utilizzare qualsiasi approccio- anche il realismo e la precisione analitica del mezzo fotografico -per far emergere le potenzialità della visione, l'ossessione di un percorso, la reiterazione dello sguardo,

E'  qui che si gioca la differenza tra chi si limita ad osservare ed imitare e chi invece tenta di dire, di andare 'otre', di usare il mezzo fotografico come strumento di conoscenza  del mondo e di sé.

La ricerca fotografica di Alessandra  Capodacqua si muove con sicurezza in questa direzione. 

Il  fascino del suo lavoro è da ricercarsi nella capacità dell'artista di rinnovellare e restituire la magia che certamente l'ha posseduta al momento della creazione e di lavorare, in tal modo, sulle potenzialità evocative della fotografia.

 

 

Daniela Tartaglia 

2002