The land that remains di Federico Busonero

 

  

Sono molto   felice di presentare The land that remains ,  il lavoro di Federico Busonero sulla Palestina, in questa sede prestigiosa. Lo sono per diversi motivi : in primo luogo perché la questione della terra palestinese è  un problema irrisolto e in stand by sul quale si dovrebbe tornare a discutere , in secondo luogo perché è l'occasione di far conoscere ed apprezzare   l'approccio di Federico Busonero anche a chi non è addentro le problematiche culturali e filosofiche della fotografia. In ultimo perché il fatto che il lavoro sia stato commissionato a Federico dall'Unesco permette di avviare una riflessione sulle campagne di documentazione del territorio e sulle loro finalità , sul senso del  fotografare stesso, sulla naturalità dello sguardo o pretesa oggettività della fotografia. 

Federico è un fotografo di fama internazionale , toscano di origine anche se vive da diversi anni negli Stati Uniti . Numerosi sono i riconoscimenti  pubblici  e le pubblicazioni che accompagnano  la sua attività professionale e di ricerca ma , sicuramente, questa pubblicazione sulla Palestina rappresenta il suo testamento visivo, l'oggetto in cui il suo personalissimo sguardo  riesce a   riappropriarsi  di una  sottile e pensosa dimensione psichica sebbene l' iter progettuale rimanga rigorosamente all'interno di una lettura dello spazio  che esalta l'aspetto  descrittivo della fotografia.

Federico Busonero  è    un autore , o meglio un intellettuale,  che ama porre la fotografia in relazione con altre discipline , in particolar modo  con la letteratura ,  la poesia, la storia, l'archeologia, la storia dell'arte. Un autore che si interroga continuamente  e si chiede   se sia possibile una rappresentazione del mondo. Nel suo smarrimento,  nel suo interrogarsi  ha però una grande certezza  : il potere dell’immagine fotografica risiede precisamente nel non visto, nel non-detto, al di là del contesto del fatto. Al pari della poesia, le fotografie  - scrive Federico- sono in primo luogo tracce, ricordi di esperienze. Esse sono evocative, piuttosto che narrative. Nell’apprendere quello che ci comunicano, scopriamo che in esse esistono altre possibilità. 

Per Federico Busonero l'atto fotografico come metodo di indagine , come approccio esistenziale , esperenziale è dunque una urgenza forte .

Questo è un aspetto particolarmente interessante da sottolineare e sul quale riflettere , anche collettivamente , per evitare di continuare ad essere sommersi da immagini didascaliche, descrittive, superficiali, acritiche, cartolinesche .  Usare  la fotografia come  strumento di consapevolezza e di interrogazione  per poter arrivare a indagare la complessità della realtà e comprendere il proprio tempo esistenziale in rapporto a quello  della storia è il solo modo per poter capire il senso dei luoghi , interrogarsi sull'idea stessa di paesaggio e sulle sue modificazioni e criticità.

 

Le opere di Federico Busonero sono caratterizzate da una  fisicità molto forte,  derivante dall'uso del medio formato, dalla scelta di usare  una notevole profondità di campo e una luce morbida, poco contrastata,   che evidenzia la qualità dei dettagli .  Le sue immagini hanno anche una qualità " altra" che deriva  dalla capacità del fotografo di  sentire, di attendere  una "certa luce", una luce  capace di esaltare la "sacralità" del paesaggio palestinese, la sua identità profonda ma anche di mettere in evidenza la precarietà di questa identità , fatta di rovine abbandonate,  di luoghi distrutti dal conflitto, di paesaggio  desertificato perché non più coltivato e curato dalla mano dell'uomo.

Nonostante questa frammentarietà, questa incoerenza , nonostante la follia umana, l'identità di questa sacra terra - che è la Palestina - rimane e si impone allo sguardo e alla coscienza perché  persiste  l'anima del luogo , perché ancora gli dei non l' hanno abbandonata del tutto. 

Ci sono poi altre qualità nel lavoro di questo fotografo che sono a mio avviso molto interessanti , precise scelte linguistiche e ideologiche, politiche direi , come il fatto di fotografare senza la presenza umana, di catturare la sofferenza di un popolo senza ricorrere all'abusata immagine degli scontri e del conflitto arabo- israeliano , ribadendo e rinforzando così  questa sensazione di precarietà e abbandono  . Questa scelta -  non facile considerando che la Palestina è  luogo di un conflitto oltre che un paese ad alta densità demografica e  che Federico Busonero ha dovuto aspettare a lungo affinché  nel suo campo visivo non comparisse nessuno -  non significa infatti che il fotografo sia interessato solo all'aspetto geologico o archeologico del paesaggio. Tracce della storia passata e recente, tracce di una avvenuta frattura si intrecciano nelle immagini di Federico Busonero; resti di insediamenti romani, delle conquiste arabe e delle comunità cristiane coesistono assieme a frammenti che ci dicono dell'occupazione israeliana , della creazione di "infrastrutture" connesse alla creazione del muro,  dell'abbandono delle tradizionali pratiche agricole nei territori occupati , della quotidianità e della contemporaneità.  

 

Il merito profondo delle fotografie di questo autore sta dunque nell'equilibrio che riesce a stabilire fra bellezza e criticità, tra forma e contenuto , tra interpretazione e storia  senza cadere mai nella decorazione e nell'estetizzazione.  Sta nell'usare la fotografia  come sguardo indagatore, come strumento che non trasmette verità ma può rivelare la via per giungervi.  

 

Daniela Tartaglia 

 

Testo di presentazione al Consiglio Regionale della Toscana. 25 novembre 2016