Le immagini di Daniela Tartaglia sono come nidi: fitti intrecci di quantità di cose aggrovigliate, tappezzati di ramoscelli, cosparsi di sassolini ed oggetti dimenticati. Ma anche: spazi reconditi, protetti, intimi, nei quali il nostro sguardo si sente a casa, al caldo, in un piccolo mondo divenuto presto familiare. Queste immagini sono alla ricerca del rigore delle masse e dello spazio sognante. Da una parte, la solida struttura dei lastricati, dei pali, delle pietre squadrate, dei lembi di muro troncati. Superfici dure, rotture nette, piani intersecati dove la luce urta e rimbalza come se fossero schermi per tornare verso di noi attraverso grandi superfici di chiarezza. Dall'altra, invece, distese dove la nostra immaginazione erra e si perde nel viluppo della vegetazione, si inoltra indefinitamente nell'ombra e nel mistero dei boschi come la luce stessa che, in profondità, si aggrappa solo a qualche raro ramoscello e finisce con lo scomparire. Incontro tra la vita e la morte. Le travi, le pietre spezzate sono oggetti uccisi che la natura inizia a digerire. La loro solidità è destinata ad una lenta digestione, perché proprio queste erbacce e questo fogliame copioso, nonostante la polvere, rappresentano ormai il trionfo della vita. Poco a poco, essi circondano e ricoprono tutto.
Da qui, l'irresistibile malinconia che permea queste immagini. Ciascuna diventa il luogo di una triste meditazione, un'allegoria del rimpianto. Vi ritroviamo la poesia delle rovine, cara a tutti gli spiriti romantici. Ma vi ritroviamo anche qualcosa di molto più moderno, ossia l'affermazione della presenza plastica delle forme nello spazio. Al di là delle idee malinconiche suggerite dal soggetto di queste immagini, la loro composizione, frutto di impeccabile maestria, ci porta a vedere solo la coerenza di masse luminose o scure che si incontrano, si rispondono e si equilibrano. In esse è contenuta una potente poesia che, tuttavia, non nasce più da ciò che si celerebbe dietro, ma si incarna in ciò che è l“, davanti a noi, e null'altro, rappresentando, in ultima analisi, la qualità essenziale di queste fotografie. "Oggetti inanimati, avete dunque un'anima che si rivolge alla nostra anima?". Queste parole ormai abusate di Lamartine esprimono un sentimento sincero, ma non si spingono sino al fondo della verità dell'arte. Malgrado ciò che ha potuto affermare Kandisky, la parte artistica della realtà non è costituita dallo spirituale che si cela dietro le cose, ma dal materiale che è nelle cose. Più giusta è dunque l'affermazione di William Carlos Williams secondo la quale la poesia più autentica sta nel sapere che le cose sono quello che sono, come sono, davanti a noi, e null'altro; sapere che esse non celano nulla, che nessun mondo riposto vi affiora e che bisogna - nell'arte - vedere solo ciò che ci è dato di vedere. Questa è la fonte potente di qualunque creazione, non la seduzione delle chimere. Credo che il merito più profondo delle opere di Daniela Tartaglia sia stato quello di far propria la malinconia avvincente delle cose che si annullano per superarla e vivere pienamente il fatto affascinante di esser presenti, nell'indifferente splendore di ciò che semplicemente è, perché, in verità, nell'arte non si tratta mai di anima celata ma sempre di presenza visibile. "Un artista moderno deve vedere ciò che è visibile e soprattutto non vedere ciò che è invisibile" (Paul Valéry). E "nell'opera, la straordinarietà è esattamente questa, ovvero che essa è l“ in quanto tale" (Martin Heidegger).
La sequenza estremamente elaborata delle immagini nella raccolta di Daniela Tartaglia tende poco a poco a mescolare due aspetti: la durezza abbandonata degli oggetti e la dolcezza insinuante della terra e delle piante che riporteranno tutto al ventre di madre natura. La luce e l'ombra si mescolano in modo sempre più intimo. Non bisogna percepire l'essere di queste cose come un sostantivo statico ma come un verbo dinamico. "La loro vita è un essere in divenire" (Heidegger) perché "il compito dell'artista non è tanto mostrare l'apparenza quanto rendere visibile l'apparire" (José Lavaud). Luci ed ombre finiscono qui per creare un ambiente visivo che non è più né fulgore né segreto, ma grigio ricco e profondo, vibrante, che sembra secernere la sua stessa chiarezza. Bastano pochi tratti taglienti per garantire la struttura di ciò che si presenta come un plasma originale in cui materia degli oggetti davanti a noi e materia costitutiva dell'immagine fotografica si uniscono e si confondono in uno stesso rifiuto di questa illusione superficiale: ciò che è noto. Giungiamo cos“ "al momento supremo in cui dobbiamo abbandonare tutto ciò che abbiamo creduto di vedere perché sapevamo dargli un nome" (George Didi-Huberman) e vedere solo ciò che è davanti a nostri occhi, in un mistero trasparente ma impenetrabile, nel cristallo di un'evidenza che non ha bisogno di noi. Qui si realizza la verità che è propria di qualunque fotografia, ossia dire le cose come sono senza mai domandare loro ciò che sono.

Jean-Claude Lemagny