Daniela Tartaglia

Si avvicina alla fotografia verso la fine degli anni Settanta, dopo la laurea in Scienze politiche con indirizzo storico, determinata a perseguire la propria vocazione creativa, a scapito di una promettente carriera universitaria. In quel tempo di idealità rivolte al sociale, il mezzo fotografico le appare quello più adeguato per un progetto di vita teso a far convergere la dimensione estetica con l’impegno nell’attualità; dove l’esuberanza emotiva diviene stimolo per intraprendere percorsi culturali nuovi. Nel 1981 apre con Serena Arcieri e Silvia Marilli lo spazio Fotostudio, grande poco più di una stanza, che in breve si impone quale punto di riferimento per la fotografia a Firenze. 

 

Esso ospita infatti appuntamenti espositivi e incontri con autori, organizzati con passione ed entusiasmo, in spirito di avanguardia e di riscossa femminista. 

Nelle prime mostre promosse da Fotostudio e dalla Libreria delle donne entro la metà degli Ottanta, su temi di carattere concettuale, tesi a far emergere la sfera dell’immaginario, del simbolico, partecipa con foto in bianco e nero di muri sporcati da vernici, scritte, manifesti, oppure con altre, in cui una figura maschile nuda, sul letto, è immersa nel sonno. Sono immagini di una realtà osservata a lungo e con fermezza, poi ripresa con occhio attento alle corrispondenze di linee, di piani, di centralità  prospettiche, affinché il soggetto fissato acquisti intensità e predominanza. Questa attenzione alle forme, ai toni dei grigi, alla modulazione della luce, che rimanda alle visioni di Weston e di Strand, diviene nel corso degli anni la cifra stilistica della sua espressione. Nel ’85 si trasferisce a Milano, dove rimane un decennio. E’ un periodo intenso di esperienze, di studio, di lavoro, in cui smette quasi di fotografare, nel timore di non aver ancora raggiunto la piena padronanza del mezzo meccanico. Più consapevole delle potenzialità che esso può offrire, riprende l’attività alla fine degli Ottanta, animata anche dalla coscienza di una creatività risorta, dopo un tempo di incertezze espressive. Una creatività che scaturisce ora dall’adesione ai sentimenti profondi della sua infanzia, al ricordo quasi fisico della natura dolce della terra di Versilia. Con le fotografie della serie Orizzonti condivisi, si presenta nel’89 alla Biennale di Torino. Sono visioni diverse di un medesimo tratto di spiaggia dopo una mareggiata, concentrate sull’orizzonte che si profila sull’acqua.

La direzione le appare ormai chiara: il fine della sua fotografia è la poesia struggente percepita nell’adolescenza che mira a far proprio lo spirito dei luoghi, a fondersi quasi nei più piccoli elementi a coglierne l’essenza. Per questo prima dello scatto si impone una pausa, affinché lo sguardo trovi l’equilibrio di ogni cosa, il senso di armonia che rimanda ad un ordine ideale. Dalla serie Trucchi di radianza (1994), fino alla raccolta Appartenenze (1998), nelle sue visioni la luce e l’ombra si mescolano sempre più intimamente a creare un ambiente visivo denso, profondo e vibrante insieme, per il quale le è maestro il grande Sudek; un ambiente dove la durezza degli oggetti si fonde nella dolcezza della terra e delle piante riportando tutto nel “ventre di madre natura” (J.-C.Lemagny, Esserci, in Daniela Tartaglia,  Appartenenze, Tavagnacco - Udine  1998, p. 8).