“ la creazione include anche un oscuro senso di minaccia e di morte”

 

 

L’incontro con Daniela mette in evidenza una sfaccettatura diversa delle essere donna fotografa,  quello di una ricca e ampia conoscenza della storia della fotografia e di una totalità nell’aderire alla ricerca personale. La ricerca e il lavoro professionale sono contrastanti, dice, bisogna avere forza interiore e grande capacità di conoscere se stessi per fare le due cose.  Penso, e l’ho visto accadere tante volte, che il lavoro professionale  fagociti.

 

Daniela ha vissuto infanzia e giovinezza a Forte dei Marmi dove la sua famiglia aveva un bar; ma, ad appena quattro anni,  perde il padre. Madre e figlia si legano in un rapporto forte di solidarietà e sostegno anche economico, giovanissima fa la baby sitter in ambienti culturali che l’arricchiscono e la portano a scoprire la sua attrazione per l’arte. In quegli anni conosce e poi sposa un giovane appassionato di musica e di cinema con il quale cresce in conoscenza e passione per quelle forme d’arte.

Ho cominciato a fotografare con una Canon FTb agli inizi degli studi universitari,  intorno al 1974, senza nessuna velleità di fare la fotografa.

Laureatasi a Firenze in Scienze Politiche con una tesi in storia contemporanea  accetta un incarico al CNR e , senza mai abbandonare la sua macchina fotografica , si cimenta nella natura morta, nel reportage, nel ritratto. Tuttavia con molto anticipo e chiarezza comprende che ciò che le interessa nel fotografare è riuscire a trovare un momento di equilibrio e di compostezza, una fusione profonda con l’anima delle cose e dei luoghi.

Quando fotografo amo essere da sola, avvicinarmi e allontanarmi dal soggetto, circuirlo, guardarlo da più punti di vista per poi decidere cosa voglio da lui. Non scatto a raffica, calibro le energie anche perché ogni scatto presuppone per me una scarica di adrenalina, una tensione creativa che alla fine mi lascia quasi sempre esausta.

Da Firenze  - dove ha avuto insieme a Silvia Marilli, Serena Arcieri e Ferruccio Malandrini un piccolo ma attivo spazio espositivo, il “Fotostudio” - nel 1985 si trasferisce a Milano per approfondire altri aspetti della fotografia: conosce e diventa amica  di Edward Rozzo che la introduce alla complessità della tecnica fotografica .

Ben presto però si rende conto che non le interessa la fotografia professionale poiché l'aspetto tecnico e la gestione del rapporto con la committenza le sembrano troppo stressanti.  E' di vitale importanza per la sua crescita professionale l'incontro con  Cesare Colombo con il quale fa anche esperienza di progettazione e organizzazione di mostre. Grazie ai suoi consigli si indirizza verso l’insegnamento della fotografia, del linguaggio fotografico, della storia della fotografia  che ritiene possano rappresentare una valida alternativa per continuare , nel frattempo,  con tenacia e determinazione la sua ricerca creativa.

L’atto del fotografare è per me un momento estremamente forte di introspezione e di riflessione che mi consente di mettere ordine nei  pensieri e di trovare la pacatezza cui aspiro e che solo in parte mi appartiene.

E’ l’atto dell’indagine e della misurazione che mi affascina, l’attesa che implica la capacità di fare silenzio e di ascoltare affinché le cose rivelino la loro essenza e la loro anima.

A Milano insegna  al Centro di Formazione Professionale R.Bauer (ex Umanitaria) – con pilastri della fotografia come  Roberta Valtorta e Gianfranco Mazzocchi  - e all’Istituto Europeo di Design. Contemporaneamente, lavora come ricercatrice iconografica per varie case editrici. 

I dieci anni trascorsi a Milano sono molto importanti per la sua attività professionale poiché impara ad ottimizzare le informazioni, ad elaborare una progettualità fattiva , a trasformare il dubbio esistenziale  e a domare la sua anima nomade . Stabilisce intensi rapporti umani e professionali con intellettuali e fotografi che di fatto persistono tuttora poiché fondati su un reciproco  scambio.  Nel 1995 torna a vivere a Firenze , intraprende una collaborazione con il Museo Alinari e con la scuola triennale di fotografia di Martino Marangoni e grazie  al lungo lavoro su se stessa condotto negli anni milanesi può permettersi  di aprirsi  a un nuovo rapporto coniugale ,  e a concedersi  finalmente un cane e una figlia. 

La ricerca fotografica riprende, a Milano sentivo che la luce non mi era congeniale, mi sentivo inibita.

Inebriata e stordita dalla maternità riprende con maggior forza e determinazione il proprio percorso di indagine.

Dopo anni di assenza e di fuga sono tornata a fare i conti con le mie radici versiliesi, con l’immaginifico maturato durante l’infanzia e l’adolescenza, con esperienze forti che mi hanno segnata. (…)

L’immedesimazione con la natura, gli alberi, le pietre è totale, forse perché fotografo i luoghi che conosco intimamente e che intimamente mi appartengono.

Ricordo che da ragazza avevo  un rapporto fisico molto libero e molto forte con la natura: i bagni nell’acqua del fiume d’estate e la scivolosità del muschio, la salsedine che mi arruffava i capelli e gli esami preparati in solitudine sulla spiaggia, al riparo di una cabina, il freddo umido dei miei risvegli all’alba, in attesa dell’autobus che mi avrebbe portata al liceo, allora in un altro paese.

 

Camino, cammino molto quando fotografo cercando di scoprire quello che mi scuote e mi intriga.

Non m’ interessa la catalogazione, non mi interessano i giardini perfetti i luoghi mi devono scatenare un turbamento amoroso, mi attirano gli elementi d’imperfezione. Ritorno sui luoghi tante volte. Il rapporto con questa mia terra, che sono tornata a fotografare da adulata e in un momento particolare della mia vita di donna, non è dettato da motivazioni paesaggistiche o di indagine sociologica.

Non è il lavoro dell’uomo e neppure la grandiosità della cava ad affascinarmi quanto la potenza e la complessità del marmo le sue forme imponenti e la delicatezza dei suoi scarti che fin da piccola hanno esercitato una forte attrazione su di me.

Allo spazio aperto della cava (…) ho sempre preferito lo spazio protetto e nascosto dell’argine la vegetazione che cresce libera e fitta fra i blocchi di marmo e gli scarti delle lavorazioni.

Le chiedo se nella sua storia di donna e di fotografa individua persone o critici che l’hanno sostenuta  e aiutata a far conoscere il suo lavoro.

Per la sua crescita creativa è stata fondamentale la serenità acquisita attraverso il rapporto d'amore – un vero colpo di fulmine – con il marito, l'appoggio incondizionato rispetto alla scelta di essere freelance ed anche  la collaborazione professionale che si è stabilita nel corso degli anni tra lui grafico e lei fotografa. Grazie a lui, grazie alla vitalità della presenza della loro figlia e all’amore puro del suo cane Dunia è riuscita a sconfiggere la paura di “essere “.

Ma ci sono anche altri momenti di svolta creati dal sostegno e dai pareri di diverse persone importanti. Innanzitutto il percorso analitico intrapreso con Lella Ravasi Bellocchio,  non tanto e non solo a partire da un disagio esistenziale ma soprattutto per affrontare l'oscuro senso di morte connesso per lei alla creazione. Quella materna ma anche quella creativa.

Le mie foto mi piacevano, ma non le mostravo tanto facilmente, perchè l'esposizione al giudizio degli altri mi creava un insopportabile senso di insicurezza .Ciò che mi interessava era continuare la mia ricerca e mi dicevo che sarebbero venuti tempi migliori .

Poi accadde che Scianna capitasse dal nostro comune stampatore milanese mentre Stefano spuntinava le mie stampe:  il suo giudizio positivo e l'invito a mettermi in contatto con lui  rappresentò per me una vera svolta.

L’altra valutazione importante è stata quella di  Jean Claude Lemagny, il direttore della Biblioteca Nazionale di Parigi: mi fu presentato la prima volta da Roberta Valtorta, in occasione di una mostra da lui curata a Milano e  da allora, fra di noi ,ci furono diversi scambi di lettere ed altri incontri in occasione dei miei viaggi a Parigi. Non osavo tuttavia chiedergli un testo critico. Fu Elvire Perego, una cara amica  francese, a convincermi a mandargli il menabò del mio libro : il suo giudizio sul mio lavoro fu così positivo che  accettò  di fare una presentazione al mio primo libro “Appartenenze”(1998)