Ricordo di aver letto in uno scritto di Borges che un uomo, durante la sua vita, compie viaggi e attraversa luoghi e spazi, in direzioni diverse.

Alla fine della vita, il percorso che ha tracciato muovendosi sulla superficie terrestre viaggiando altro non è che il disegno del suo volto.

 

Non ricordo quale sia lo scritto di Borges, se l’uomo abbia un nome e se ciò che è rimasto nella mia memoria sia il particolare di una storia, oppure la frase pronunciata da un personaggio, un frammento di una riflessione o altro.

 

Preferisco, in questo momento, non ricercare con esattezza da quale esatta fonte provenga questo mio ricordo. 

 

Mi sembra che Daniela Tartaglia, con il suo approfondire e al tempo stesso allargare questa sua ricerca, assomigli un poco all’uomo di Borges. Allo stesso modo compie un viaggio dentro una serie di luoghi e di oggetti, dentro la fotografia e contemporaneamente  dentro se stessa.

La luce, le forme delle cose, le tracce che stanno sulle cose, l’apparizione e la sparizione delle materie sono pretesti affettivi, ganci visivi ai quali, sempre la fotografa appende qualcosa della sua storia interiore.

Il meccanismo secondo il quale ognuno di noi tende a orientarsi verso “certe” forme, certe proporzioni fra le cose, certe sensazioni che i luoghi e gli oggetti stessi emanano, e li preferisce, li sente come propri, è misteriosissimo.

 

La fotografia, che non è solo arte dell’evidenza ma, anche, sottilmente, talvolta, arte dell’impercettibile e dell’indicibile, offre in questo senso possibilità straordinarie. 

Daniela Tartaglia è vicina a questo particolare versante della fotografia, e dunque il suo sguardo non rappresenta la scoperta del mondo, ma la ri-scoperta, nel mondo, di elementi che già possiede, già conosce: la visione diviene allora una forma di ri-conoscimento di dettagli, segni che sommati insieme indicano e indirettamente rappresentano, sempre, un unico luogo, il luogo della sua intima, originaria provenienza, il luogo finale della sua appartenenza.

 

Roberta Valtorta   

 

Testo di presentazione della mostra Appartenenze, 1995, Università Bocconi, Milano