LA COMMEDIA UMANA 

 

Con l'avvento del XX secolo alle immagini in posa realizzate all'interno degli atelier fotografici si susseguono e si contrappongono le animate visioni  realizzate dai dilettanti che possono contare, grazie alle innovazioni tecniche, su apparecchi portatili di piccolo formato, su lastre alla gelatina ai sali d'argento di uso immediato e successivamente su pellicole in rullo, fabbricate industrialmente e facili da usare.

E' indubbio che la nascita e lo sviluppo dell'industria fotografica (Kodak, Lumière, Lamberti & Garbagnati , Agfa, ecc) abbia avuto notevoli ripercussioni sulla evoluzione del linguaggio fotografico, permettendo a fotoamatori e professionisti di svincolarsi da preoccupazioni di tipo estetico, per realizzare invece documenti spontanei sulla vita familiare e sociale del tempo. Tale cambiamento di rotta non sarebbe però stato possibile se un nuovo concetto di verosimiglianza - quello dell'istantanea - non avesse trovato una corrispondenza profonda nel contesto economico e sociale caratterizzato da un benessere ed una civiltà senza precedenti che fanno  da sfondo a viaggi, gite in barca e in montagna, balli e vacanze al mare, con cui la borghesia europea dei commerci e delle professioni, unitamente al nuovo ceto medio degli insegnanti e degli impiegati, celebra l'era operosa e pacifica della Belle Epoqué.

La fotografia si insinua così nelle pieghe del tessuto sociale, indaga i riti collettivi e familiari, testimonia l'esistenza di milioni di persone e i rapporti che intercorrono fra loro, perpetua nel tempo la continuità dell'organizzazione familiare lasciando spazio a emozioni, desideri, attese, gioie, piccoli dolori.

I sentimenti, rigidamente contenuti nell'arida precisione della fotografia ottocentesca - così come ebbe a definirla lo scrittore e fotografo Luigi Capuana -  strabordano dalle immagini e si consegnano alla storia.

Ai fondali dipinti e alle scenografie artefatte si sostituiscono adesso i nuovi protagonisti: l'ambiente e la vita di tutti i giorni con i suoi usi e costumi, con i suoi riti sociali. La fotografia diventa così lo strumento per eccellenza attraverso il quale immortalare, non solo il proprio passaggio nel mondo, ma il proprio rapporto con il sociale e il contesto ambientale e urbano.

I ritratti non sono più - come un tempo - realizzati negli studi dei fotografi ma  all'interno delle abitazioni dei nuovi amateur o negli spazi all'aperto in cui si mette in scena l'agire della "commedia umana".  Ritratti di gruppo, di amici in vacanza, di scolari e di militari si affiancano - e spesso sostituiscono -   ritratti individuali e familiari, ad indicare una nuova socialità ed un modo diverso di stare insieme.

Sennonché lo straordinario sviluppo economico e sociale che caratterizza il primo decennio del Novecento verrà interrotto dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale e dalle successive tensioni sociali che alimenteranno il mito della vittoria mutilata e favoriranno l'affermazione  del partito fascista.

Il" bagno di sangue"  e  il dopoguerra sanciranno, peraltro, la crisi del mondo liberal-borghese e la frattura profonda tra individuo e collettività di cui le cosiddette avanguardie storiche - espressionismo, dadaismo e surrealismo -  si faranno interpreti nelle arti figurative e in letteratura, portando alle estreme conseguenze il disagio di vivere e il senso di estraneità dell'uomo rispetto al mondo naturale e storico. 

All'interno di una vasta produzione amatoriale che privilegia il rapporto della fotografia con l'istante, regalandoci autentici ed immediati documenti visivi dell' Italia della prima metà del Novecento - personaggi sorpresi per strada, nei nuovi spazi aperti al passeggio e all'incontro fra le persone che le  innovazioni urbanistiche avevano favorito -  perdura, tuttavia, la tradizionale iconografia del ritratto fermo e posato.

E' vero che quasi tutta la fotografia amatoriale e professionale della  Prima Metà del Novecento si adopera per inserire  i modelli nel contesto ambientale, contribuendo ad arricchire l'immagine di molteplici  valenze storico-sociali. Ciononostante rimane un ampio margine per coloro che ancora credono nella posa come valore intrinseco all'idea di ritratto e perciò rifuggono dall'istantanea e dalla trasgressione dell'immagine presa al volo.

Anche quando  la diffusione delle pellicole in rullo e la produzione in serie di macchine di medio e piccolo formato -  Rolleiflex 6x6(1929) Leica (1925) - accorceranno i tempi di posa influendo notevolmente sulla regia del ritratto e sulla sua naturalezza, maggiormente consona alle possibilità aperte dall'istantanea, l'attitudine del modello rimarrà invariata. Di fondo permarrà un atteggiamento che individua nella posa - e non nella fugacità dell'istante - la vera essenza dell'esserci e dunque del ritratto. 

Ma cosa significa optare per l'assolutezza della posa in un momento storico che vede  la diffusione di massa della fotografia e, per contrasto, la nascita delle avanguardie artistiche, la rottura di statiche regole della visione e la possibilità di nuove libertà narrative?

Cos'è che spinge il fotografo, ma molto spesso anche lo stesso soggetto fotografato, a cercare di catturare attraverso la posa ciò che è permanente e non fuggevole ?Come è possibile che, nonostante la nascita del cinema, le esperienze della fotodinamica futurista, la messa in discussione della prospettiva rinascimentale come metodo di lettura dello spazio, i soggetti ritratti continuino a guardare in macchina, a cercare franchezza e solennità come elementi peculiari della rivelazione del Se?

Sicuramente, negli anni del regime fascista, l'Italia si trova a vivere  un periodo di autarchia culturale che favorisce l'arroccamento su posizioni e tecniche tradizionali e non le permette  affatto di godere del confronto con le novità straniere. Pertanto i fotografi professionisti al pari dei fotoamatori sono facile preda del dominio provinciale dei vecchi gruppi dediti alla fotografia artistica. Tuttavia queste spiegazioni da sole non sono sufficienti a spiegare il fascino perdurante dell'immagine in posa, che contrappone alla simultaneità dell'informazione l'assolutezza di un momento rivelatore.

Una convincente risposta a questo interrogativo ci viene da Diego Mormorio che ha acutamente sottolineato  in uno dei suoi saggi: "il tempo della posa necessario al ritratto è fra i pochissimi momenti in cui l'uomo ocidentale sfugge al vizio che segna la sua vita e che è perfettamente definito in queste parole di Pascal: Il presente non è mai il nostro scopo; il passato e il presente sono i nostri mezzi; soltanto l'avvenire è il nostro scopo. Per questo non viviamo mai, ma speriamo di vivere; e, disponendoci sempre a essere felici, è inevitabile che non lo diverremmo giammai". 

Sta in questa  persistente voglia di esserci, per combattere la vanità dell'essere espressa dal nichilismo dell'occidente, uno dei motivi di fondo della intramontabilità del ritratto in posa.

 

Daniela Tartaglia