IL CORPO ESPOSTO 

 

Il ventesimo secolo segna un grande passo in avanti nella liberazione del corpo e nel suo avvicinamento alla natura. L'incipit si ha già nei primi del Novecento con la nascita di scuole e palestre -ove praticare la "cultura fisica", introdotta in Europa da Edmond Desbonnet -  che contribuiscono a diffondere un nuovo modello estetico basato sulla perfezione del corpo e su una nuova libertà e dimestichezza.

Negli anni fra le due guerre mondiali l'ampia diffusione dello sport, supportata dai regimi totalitari e da una massiccia propaganda  che insiste nella esaltazione fotografica del corpo umano - mostrato sempre sano, bello e atletico -  porta alle estreme conseguenze questo ideale estetico: in Italia gli annuari della GIL (Gioventù Italiana del Littorio)  pubblicano sofisticati servizi fotografici  di manifestazioni ginniche dove si esaltano, senza reticenze, la bellezza fisica e le sue possibilità funzionali.

Ai corpi celati dagli avvolgenti costumi da bagno del secolo precedente, ai busti e crenoline si contrappongono adesso i corpi agili e reattivi di una gioventù che scopre il proprio corpo e non teme l'esposizione allo sguardo altrui. Il pudore vittoriano  lascia il campo ad una nuova libertà di costume sostenuta dalle mutate condizioni di vita e di lavoro, dalle trasformazioni urbanistiche e da una cultura sempre più laica e liberalizzata.

A tale cambiamento ha contribuito, in gran parte, il processo di emancipazione femminile che ha permesso alla donna di entrare a pieno diritto nella sfera lavorativa e sociale, imponendo nuove e più agili norme di comportamento ma anche il mutato clima storico ed economico degli anni della ricostruzione e del boom economico in cui si assiste ad una vera e propria liberazione del corpo da parte di una gioventù che vuole  vivere con spensieratezza ed ottimismo per dimenticare gli orrori della guerra.

Gli anni Sessanta caratterizzati dalla rivoluzione sessuale, dalla contestazione femminista del sessismo, dal nudismo e dalla body art saranno un punto di non ritorno nell'avvicinamento del corpo alla natura e, parallelamente, nella costruzione del culto del corpo come  luogo massimo della possibilità di disporre di sé.

E' in quegli anni che si definisce appieno la costruzione e rappresentazione mediatica del corpo grazie all' attenzione di cui si rivestono i gesti, gli atteggiamenti, le posture, le forme di messa in scena sociale del Sé.  

Il corpo è - come sostengono eminenti sociologi, Durkheim in primis -  un  sistema di segni ed indicatori che rimandano al sociale stesso. Ovvero un insieme di indicatori sociologici potenziali che permettono di leggere dinamiche, strutture, eventi, trasformazioni e conflitti sociali attraverso i corpi.  Incorporando il sociale, il corpo si rivela un ricettore sensibilissimo degli accadimenti del sociale stesso (... )

Nel volgere di un secolo il corpo finisce così per diventare  un tratto naturale dell'identità e dell'intimità, uno strumento di esplorazione di sé. Grazie alla  diffusione  di massa della macchina fotografica che ha permesso ad un numero sempre più grande di persone  di fissare e certificare momenti particolari ed intimi della propria vita,  il corpo diventa sempre più una risorsa forte per l'identità individuale, un modo per segnare la propria presenza nel mondo.

In quanto ricettore sensibile al cambiamento il corpo finisce per assorbire, nel corso del tempo, i nuovi valori da vendere della società del consumo, gli ideali di bellezza, giovinezza, salute ed erotismo che il sistema produttivo ha sostituito allo sfruttamento del corpo e alla sua forza lavoro.  

La funzione esercitata dai media e l'influenza della grande fabbrica dei sogni, ovvero del cinema di stampo hollywoodiano, è stata sicuramente determinante nella creazione di quel di processo di estensione della dimensione estetica all'intero sistema sociale che il sociologo Vanni Codeluppi ha acutamente definito " vetrinizzazione sociale".

Fotografia, cinema e televisione  hanno infatti avvicinato alle persone comuni i corpi e i volti dei personaggi importanti, dei cantanti, degli attori e degli idoli sportivi contribuendo a desacralizzarli e ad attivare il processo di identificazione dello spettatore, convincendolo che costoro nel privato sono simili a lui. 

Con la rinuncia alla privacy, da parte dei nuovi soggetti emergenti, la vita finisce per diventare una sorta di palcoscenico, un set teatrale e cinematografico nel quale mettere in scena l'agire umano appositamente per la registrazione fotografica o per la videocamera.

Tutto ciò non sarebbe stato possibile però se gli individui non avessero interiorizzato in maniera potente un modello di comunicazione che ha le sue radici nel Settecento e che prende ad esempio il modello di valorizzazione che i negozianti cominciarono ad applicare alle merci nelle loro vetrine.

La vetrina - scrive Codeluppi - con la sua trasparenza che crea relazioni, è una perfetta metafora del modello di comunicazione che tende oggi a prevalere. Se l'individuo si mette in vetrina, si espone allo sguardo dell'altro e non si può più sottrarre a tale sguardo. Vetrinizzarsi" non è un semplice mostrarsi, che comporta la possibilità di trattenere qualcosa per sé. E' un atto che implica un'ideologia della trasparenza assoluta, implica cioè l'obbligo di essere disponibili a esporre  tutto in vetrina. Non è più possibile lasciare sentimenti, emozioni o desideri nascosti nell'ombra. 

Le implicazioni psicologiche e sociali connesse alla vetrinizzazione  sono assai profonde e preoccupanti anche perché tale processo di esposizione si sta sviluppando potentemente  in tutti i principali ambiti della società, anche in quelli connessi al corpo e all'identita. Persino in quello estremo della morte.

L'esposizione a decine e decine di vetrine in cui l'individuo si trova continuamente ad agire genera una sensazione di imperfezione ed inadeguatezza finendo per rendere le persone sempre più insicure ed indifese: essere continuamente esposti significa infatti mostrare ciò che è più privato, senza possibilità alcuna di trattenere qualcosa per sé.  

 

 

Daniela Tartaglia