PIETRA PRIMA DELL’ACQUA

 

Pietra prima dell’acqua. Cemento. Argini. E foglie.

L’Arno fotografato da Daniela Tartaglia fluisce tra muraglioni in calcestruzzo e frasche, scorre lentamente nell’alveo racchiuso nelle dualità duro/morbido, pesante/leggero, alto/basso, opaco/trasparente, laterale/zenitale. In queste alternanze, come contrappunti, risiede la forza di questo “atto di indagine e misurazione”, per usare le parole dell’autrice.

Indagine e misurazione sono proprie delle scienze esatte e delle scienze naturali. A tale proposito conviene ricordare come il concetto di paesaggio ha assunto nel tempo accezioni diverse. A seconda di come lo si osserva, il paesaggio ha mutato la sua natura, filtrandola continuamente, in base alle esigenze, da estetica a scientifica per poi tornare ad essere percezione, in successive alternanze. Il concetto di paesaggio diventa quindi fluido, a volte ancorato alle definizioni geografiche, topografiche e strutturaliste, altre volte vissuto come esperienza percettiva (visiva, sonora, olfattiva) o della memoria - anche collettiva, e quindi momento identitario, altra volte ancora come suggestione poetica o rappresentazione artistica.

La rappresentazione del paesaggio nasce con la storia umana: dai paesaggi di caccia e di rituali sciamanici alle vedute settecentesche il passo è breve. La fotografia prende poi il posto della pennellata; come le rappresentazioni che l’hanno preceduta, essa crea un paesaggio della coscienza, traghettando luoghi che credevamo di conoscere verso altre dimensioni. Dopo i paesaggi oleografici del territorio italiano la fotografia prende consapevolezza dei luoghi che ritrae; il fotografo si fa interprete del palinsesto del territorio; il paesaggio assume una sua forma propria, si fa strada un senso di disagio; la fotografia diventa - lentamente - pensiero.

In Diventa fiume  Daniela Tartaglia ritrova le radici della propria terra. La sua fotografia è atto di conoscenza e di interrogazione; il fiume incamera la sua memoria, sussurra alla sua anima un sottile atto di denuncia, si fa manifesto ambientalista, mettendo in luce il contrasto tra tempi storici e tempi biologici, l’imponenza precaria dell’umano contro l’assoluto naturale.

La presenza umana (e animale) è discreta, più spettatori che attori; essi osservano, come la coppia a Bocca d’Arno, il risultato dell’operato umano sulla natura, argini, dighe e pescaie, le coltivazioni di cave e torbiere, pontili, perfino bunker sopravvissuti al secondo conflitto mondiale. È un ‘paesaggio della mente’ quello che ci propone Daniela Tartaglia, uno stato d’animo fluido, adagiato sul duro della roccia, o del cemento; come nella Cascata di Subbiano, l’acqua prende le forme spigolose della diga, copre come fosse un velo l’oscenità delle produzioni umane, e ne rivela il limite.

La immagini di Diventa fiume catturano in maniera esatta la contrapposizione tra liquidità e durezza; esaltano la gravità del fluido che si fa materia, l’immobilità della roccia e del cemento, che oppongono resistenza ma, levigandosi, cedono la sostanza al tempo.

 

Giovanni Fontana Antonelli, 2017

 

Giovanni Fontana Antonelli è architetto e consulente Unesco per il paesaggio. Il testo presenterà il progetto Diventa fiume, Polistampa, Firenze 2017 ( in corso di pubblicazione)