C'è una luce vagabonda. Riverbera ombre come sciabolate. Si traduce in visioni a volte spietatamente nitide, a volte baluginanti come dietro il tremito di una candela. Immagini come poesie arrivano all'inconscio per strade ignote, provengono da mondi percepiti più con i sensi che con le parole. Danno la sensazione fisica della materia e al tempo stesso la trascendono, come se la ricerca di Daniela Tartaglia affondasse il suo senso in un"sé" dell'umanità: irriconoscibile se ridotta a sola materia, eppure fondante il suo "esserci" come materia. "E questo che cos'è?". "Ma, nulla, una plastica gettata in un angolo di una serra...". Eppure a me era parsa un velo misterioso, dietro cui immaginare un segreto andare femminile, un movimento dell'aria come se di lì stesse passando la Gradiva. Il coraggio della visione è impresso nei "per sempre" rubato alla vita e alla morte dalla fotografia: l'immagine è totalmente "quì" e allo stesso tempo è "altrove"; è fantasticare di nature "morte" che inquietano i sogni, che diventano vive, che respirano lente, che illudono i sonni dicendo che la luce non è finita, ma no invece non c'è più.
La trama del racconto di Daniela Tartaglia in fondo sta proprio qui: in un lungo, inesorabile lavoro del lutto, in un sapere la perdita - delle persone care, degli oggetti, della luce - in un attraversare l'Ade - luogo dell'ombra, della morte - con il passo della fanciulla, della Core che vive parte nella luce, parte nel buio, parte nella vita, parte nella morte, in un'appartenenza ai due mondi, in un andare angosciosamente quieto tra i due mondi, non potendo fare che così. La foglia nel tremare della luce si allontana nel mondo dei fantasmi o ritorna dal buio chiamata da un improvviso grido? E noi che filo d'erba siamo nel bosco incantato, o che fiume secco o che pietra scheggiata? Perchè accade che le immagini prendano la forma delle nostre paure profonde come quando da bambini le venature del legno nella camera da letto, sull'armadio che incombeva quando gli occhi stavano per chiudersi, diventano di volta in volta mostri cattivi o folletti bizzari, o fiori di mondi che non si conoscevano, ma che da qualche parte - ne eravamo sicuri- dovevano pur esistere. Daniela Tartaglia ci riporta, con la forza delle sue immagini, lì dove sta il limitare tra l'inconscio personale (i ricordi, l'esilio e l'appartenenza dell'infanzia), e l'inconscio collettivo (le immagini archetipe dove nasce l'arte).
L'artista con aria lieve e grave (come poi si possa essere ed esprimersi in modo così totalmente opposto è un segreto suo) costringe alla visione, impedisce il fuggire, trattiene la pupilla, trasmette una sua febbrile ricerca, non dà requie al viaggiatore, non placa l'ansia del viandante nel mondo, quel vivere e morire che assale non come pensiero, ma come percezione fisica. Le sue fotografie sono il mezzo che lei ha inventato per dirci la sua Core, figura festosamente tragica, immagine del ritorno eterno e preludio dell'eterna perdita. La visione si imprime, inquieta: fango, rovina, e poi di nuovo primavera; pietra dolorante di solchi antichi e movimento di rami novelli. Il segreto non viene tradito: la Core sa solo che le tocca andare e venire. Null'altro va svelato.

Lella Ravasi Bellocchio

Testo di presentazione nel volume  Appartenenze, Art& (Edizioni delle Arti Grafiche Friulane), Udine, 1998