In una sua nota, Daniela Tartaglia parla del suo lavoro come di “una riflessione e una indagine sulla natura come primaria forma di arte, sull’equilibrio compositivo, l’ambiguità della percezione e l’assolutezza della visione”. Si tratta di parole che toccano alcune questioni fondamentali per la fotografia e per l’agire artistico in senso più lato. Il definire la natura “primaria forma d’arte” può apparire posizione che rimanda a una idea classica di arte come derivato stesso della natura. Ma queste parole, dette da una fotografa e da una studiosa della fotografia quale Daniela Tartaglia è, significano qualcosa di ulteriore e di diverso: significano che attraverso l’utilizzo del mezzo fotografico è possibile, sempre, sviluppare un avvicinamento al reale, una esperienza del reale dal quale l’immagine fotografica necessariamente deriva. Il riferimento alla natura (al mondo esterno) indica che la fotografia riporta sempre il senso dell’arte al reale e, anche, che la fotografia è, come spesso diciamo, una forma di ready made, cioè un prelievo diretto dalla realtà.
L’equilibrio compositivo del quale scrive successivamente Daniela Tartaglia sta a indicare alcune qualità specificamente fotografiche quali il punto di vista, il taglio, la scelta della luce che determina pieni e vuoti, luci e ombre nel campo visivo, e distribuisce pesi diversi nell’inquadratura. E questo è, da parte della fotografa, espressione di una posizione chiara, semplice e definitiva nei riguardi della costruzione della fotografia come immagine. L’ambiguità della percezione, altra espressione che la fotografa impiega, significa l’incertezza del nostro rapporto con il mondo esterno, mutevole e sempre discutibile, che costringe l’occhio a un continuo lavoro di verifica e di creazione di senso. L’incertezza della percezione però, nelle sue parole, volge in una sorta di contrario, “l’assolutezza della visione”: ciò che è visto e scelto nell’atto del fotografare rimane, si fissa in ogni caso in una fotografia che, forse, stabilizza una qualche forma di certezza. Semmai, ciò su cui potremmo discutere è se ciò che vediamo in una fotografia sia frutto della visione umana (che ci riporterebbe all’incertezza della percezione) o della visione della macchina: le due visioni, sappiamo, non possono mai coincidere perfettamente, perché ciò che l’occhio vede la macchina non può esattamente registrare, poiché essa registra sempre, almeno, l’istante successivo, lo scarto di tempo, e vi è dunque una mancata coincidenza fra ciò che è stato davanti alla camera nel momento dello scatto e che la fotografia presenta ai nostri occhi, e ciò che gli occhi hanno percepito. Su questo terreno di certezze ma soprattutto di incertezze, Daniela Tartaglia lavora scegliendo come oggetti d’attenzione elementi del mondo a loro volta ambigui che stanno in bilico fra la natura (il marmo così come si trova in natura) e l’azione degli uomini (il marmo tagliato e lavorato). Sono oggetti che ci riportano a quella “ambiguità della percezione” di cui si diceva. E dunque, ciò che vediamo in queste fotografie sono marmi “naturali”, corpo pietroso della montagna, che per certi versi assomigliano a sculture fatte dagli uomini, a pietre tagliate e modellate dagli uomini; oppure vere e proprie sculture volute dagli uomini, installate in ambienti naturali, che però sembrano marmo allo stato naturale? E’ “la natura come primaria forma d’arte”. Il lavoro di Daniela Tartaglia è una delicata, pensosa riflessione su che cosa sia la scultura, su come ogni piccolo segno lasciato dall’uomo sulla materia naturale sia già scultura, su come, al tempo stesso, la natura sappia essa stessa produrre sculture senza l’aiuto dell’uomo. E’ un percorso in un paesaggio abitato da presenze complesse e forse indicibili: il luogo dei marmi che appaiono dal bosco, fra le foglie, forme accatastate l’una sull’altra, astratte, aperte, e invece, talvolta, insospettabilmente definite, “somiglianti” a forme conosciute ed esistenti in qualche dimensione dell’immaginario. Strani simboli sparsi nel paesaggio, sostanza costitutiva del paesaggio.
Come non pensare al non-finito di Michelangelo, nel quale potentemente si evidenzia il nascere delle forme dalla materia, delle “idee” dalla natura? A come tutta la scultura del Novecento abbia progressivamente “mescolato” esiti del gesto umano e stato della materia naturale, quando non ha lasciato che la materia parlasse del tutto da sé? Come non pensare alle azioni degli artisti della Land Art, che si sono “limitati” ad aggiungere pietre, o legni, al paesaggio naturale, o solo a comporli o a spostarli da un punto all’altro del paesaggio? E a come, nell’arte contemporanea, non esista più alcuna differenza fra materiali trasformati in forme concluse e definite, materiali allo stato grezzo, materiali lavorati industrialmente, scarti industriali? E infine, come ormai non possiamo non fare, al ready made di Marcel Duchamp, che nega la necessità della scultura, traendo da oggetti già esistenti possibili significati, stupori, interrogazioni? Il paesaggio dei marmi di Daniela Tartaglia è tutte queste cose insieme. Mostra di sculture all’aperto che nel tempo si sono coperte di erbe, frammenti di scenari preistorici, pre-artistici, oppure ingrandimenti di cristalli, impronte, discarica di avanzi di marmo, non sappiamo di quale grandezza, montagna lavorata, luogo di chi scava il marmo, luogo di terra senza cielo. Soprattutto, complesso insieme, talvolta lievemente ossessivo, di vaghe e ricorrenti forme interiori ritrovate nell’esteriorità del mondo, in un percorso sicuramente solitario, ricerca di strutture visive che sono strutture del pensiero e del ricordo, spaccature, pertugi, triangoli, superfici, rotondità, scritture, chiusure, di momenti dell’esistenza già vissuti, in cui perdere lo sguardo, a cui tornare.

Roberta Valtorta (3 aprile 2005 - catalogo mostra Daniela Tartaglia, AGF Udine 2005)